Le osterie furono fino al secondo dopoguerra l'unico posto di ritrovo per uomini, che di esse avevano il culto, poiché servivano a dimenticare un pò l'eterna fame e le miserie, le noie della famiglia e il faticoso lavoro per il pane quotidiano. Alcune osterie avevano il gioco delle bocce, ma i giochi più praticati erano le carte e la morra (mura). Mi ricordo ancora che da piccolo, se entravo in un'osteria specialmente d'inverno, ero assalito da un denso fumo e da quell'eterno vociare: Nelle osterie,oltre a bere vino, si mangiava anche bergna (carne secca pecorina), polenta e cotechini, salami, formagelle e rape. Il gioco della morra si praticava specialmente in autunno e d'inverno, quando le giornate erano fredde e le serate lunghe, e i lavori di campo e di prato erano cessati. Qualcuno cominciava a giocare al mattino e terminava la notte tarda. Si metteva di solito in palio il vino che si beveva. Non era raro il caso che, sia per i fumi del vino, sia per la lunga tensione, nascessero forti discussioni e litigi per i punti contestati, che si trasformavano di frequente in insultazioni e scariche di pugni. Per questo motivo il gioco della morra fu poi proibito. Esso è uno dei più antichi giochi d'azzardo, e risale nientemeno che agli Etruschi. Un'anfora greca dei musei vaticani raffigura infatti Achille ed Aiace intenti a questo divertimento. Nel Medioevo fu molto diffuso in Italia e nelle nazioni neolatine (ludus morrae). Il gioco si basava sulla velocità di intuizione e sulla fortuna individuale. I due giocatori, guardandosi negli occhi, pronunciavano un numero e contemporaneamente ne indicavano un altro con le dita di una mano. Vinceva che riusciva a indovinare il totale, ossia il numero che si ricavava sommando il proprio "lancio" con quello dell'avversario. Possiamo immaginare quanto tempo si sprecò nei secoli passati dagli uomini dei nostri paesi nelle fumicose osterie in questo rozzo gioco, che sembrava fatto apposta per favorire ubriacature, bestemmie e litigi. Dal secondo dopoguerra in avanti le osterie degenerarono. Gradualmente quelle antiche vennero chiuse, e quelle rimaste si abbellirono di apparati luccicanti, scartando le panche, il camino, i gatti, la scansie annerite coi boccali, le misure di vetro dei litri, mezzi e quartini, e presero l'esotico nome di "bar" o quello di caffé. L'osteria di stampo antico, con la sua rustica espressione di arredamento e di frequentatori, è oggi praticamente scomparsa, e il nome stesso "osteria" è già disusato tra la gente e messo tra i vocaboli antiquati. --------------------------------------------------------------------------------------------------------------------PROSEGUE UN RICORDO DIALETTALE DEI CASTELLI ROMANI-----------------------------------------------------------------------------------------------So’ stati i primi “locali pubblici” che so’ conosciutu quand’ero munellu. L’Osterie perché stèvino attorno a casa, e ‘e farmacie perché Mamma me ce manneva a pià ‘e medicine. Gnente a che vedè co’ i Wine Bar o l’Enoteche de oggi, l’Osteria atro nun era che u Tinellu de casa, ndò prima s’era portata l’Uva da ‘a vigna, po’ s’era svinatu, pistatu, s’ èrino fatte torcitura e filtratura, e mo se beveva o vino. Basteva mette ‘na tabbella “a bandiera” fori a porta, e l’Osteria era pronta… I stessi cristiani che èrino portatu l’uva dentro (Vignaroli, Camionisti, Potatori, Zappatori, etc., ma anche sedicenti Dottori, ca’ Prete, ca’ Politicu locale), mò se riportèvino o vino fori; l’uva a portèvino dentro co’ i bigonzi, o vino ‘o portèvino fori dentro ‘a panza. E piano piano, co’ l’anni, tra cristiani e bigonzi ‘n c’ era più differenza. All’Osteria nun se java a cercà “lo Chardonnay”, “il Brunello”, “la Falanghina”; o vino era bianco, rosso e “a portà via”. E i prezzi èrino diversi: 130 lire a u litru o bianco, 150 o rosso (a parità de lavoru l’uva rossa rendeva de meno e de conseguenza o vino teneva da custà deppiù), 110 lire “a portà via” (se riferisceva a o vino bianco, che, si nun te fermevi du’ ore a rompe i cojoni dentro all’osteria pe’ beve ‘n quartinu, ma te ne pievi ‘na tanica e te ne javi subbito, l’oste era dispostu a fattelo pagà de meno). Nun c’ èrino probblemi pe’ “la Tannicità”, “il Corpo” il “Retrogusto”; dall’enologu se compreva zucchero e bisolfìto, e o vino, da quello de’ Pratone a quello de Campuvecchiu, se medicheva tutto a’ stessa maniera. Pe’ riescì a beve a certe Osterie, te tenevi da portà almeno tre amici: due che te reggèvino e u terzu che te faceva beve pe’ forza. “Agrum Est!”… rideva u Bocciu, quandu ‘ssaggeva o vino de Severino, che teneva a vigna sotto Tuscolo… Dell’Osterie me piaceva l’odore de u pavimentu de cimento grezzo, ‘nnacquatu e scopatu; a schiuma de o vino quando esceva da ‘a cavola e me faceva pizzicà u nasu; o fresco all’interno, l’atmosfera fumosa, ‘a penombra misteriosa… I munelli nun èrino ammessi, ma tante vote ca’ moje ce commanneva de ì a chiamà quistu o quillu maritu, che stèvino a beve tuttu u pomeriggiu e n’escèvino più, e allora capiteva de ‘ffacciasse… Potevi così vedè i tavolini ‘nfila, e, pe’ sedili, ‘e panche lunghe; e po’ i quartini, i mezzi litri e i litri co’ u siggillu de’ piombo de’ a Finanza, allineati comme matriosche, vicino a u caratellu co’ ‘a cavola ‘nfilata. E ‘llì bicchieroni grossi, da ‘nquartu… Ma u spettacolu più forte èrino i clienti: u Bottu; Tubbo; Baseotto; Venusto; Totò; Leandro; Dante u Pucinaru; u Professore; i Rocchiciani, e tanti atri, a ssedè, a giocà a Briscola e Tressette, a stordisse co’ o vino, a parlà de tutto malamente, a ffà progetti grandiosi, a riccontà de ‘a guera, a minaccià spari e cortellate… Po’ mprovisamente, tre o quattro escèvino de fori… tu pensevi che se volessero menà… e ‘nvece no: comincèvino a strillà i nnummeri de a mora: Cinqueee... Ottooo... Tuttaaa… buttèvino co’ a mano destra, e co’ a sinistra contèvino i punti, partènno da u mignolu, che è così scòmmido, speciarmente quandu stì a due!
sabato 5 aprile 2008
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