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mercoledì 3 febbraio 2010

CHI BEVE,CHI STAPPA,CHI SA'

Lo Spumante Italiano......origini Lo spumante classico, rifermentato in bottiglia, trova le sue più remote radici nei vini spontaneamente frizzanti o spumosi degli antichi i quali conoscevano certamente la differenza qualitativa-dovuta alla presenza o meno dell'anidride carbonica-fra i vini fermentati in recipienti chiusi e quelli fermentati in recipienti aperti. Si ritiene quindi che questi vini più o meno spumeggianti a seconda dell'ermeticità del recipiente usato-dall'otre, all'anfora e dalla botte alla bottiglia-abbiano rallegrato fin dai tempi più antichi le mense e solennizzato le cerimonie. Il loro più ancestrale ricordo si ritrova, forse, nel Libro dei Salmi, della Sacra Bibbia, la cui stesura si fa risalire al periodo Monarchico e cioè a circa un millennio a.C., dove al Salmo 75, versetto 8-9, è citata... “Una coppa ove spumeggia un vin...” sostenuta dalle mani dell'Altissimo, da Javhé. Però, passando rapidamente ai tempi più recenti, e rifacendosi ad una nostra precedente relazione sulla “storia e tradizione dei vini frizzanti”, riteniamo interessante segnalare che una chiare documentazione sull'esistenza, nel I sec. a.C., dei vini spumeggianti ci è fornita dal grande Virgilio il quale, nella sua Eneide, ricorda una “spumantem pàtera” a cui bevve senza stanncarsi Bezia, un condottiero del regno di Didone: “Ille impiger hausit spumantem pàtera...” cioè, secondo una recente traduzione “Egli bevve e s'inondò la gola dello spumante colmo nappo d'oro”. Gli antichi Romani conoscevano fra i vini spumanti l'aigleucos, una specie di mosto che, per conservarlo dolce, veniva mantenuto ad una bassa temperatura immergendo le anfore nell'acqua fredda dei pozzi più profondi. A Pompei, come ricorda Luigi Manzi si rinvenne una cella vinaria con anfore circoscritte in un cunicolo di terra cotta nel quale si faceva circolare continuamente dell'acqua fredda. E' questa, forse,una delle prime cantine attrezzate per la produzione dei vini frizzanti. Le anfore, per quanto riferisce lo stesso Manzi, chiuse ermeticamente con sughero, cenere e pece, venivano poi trasportate, prima della consumazione, in luoghi caldi ed esposte ai fumi delle cucine affinchè il vino completasse la maturazione. L'aigleucos, secondo Plinio, era conosciuto anche nella provincia Narbonese i cui abitanti erano molto avanzati nella preparazione di questi vini molto speciali. Il vino frizzante o spumante, Romano, poteva anche derivare dal “protropum” cioè dal mosto fiore che sgrondava spontaneamente dal palmento prima di operare la pigiatura. Columella ricordò la preparazione del “vino dolce” ed annotò che il mosto ottenuto si racchiudeva poi in anfore nuove appena impeciate le quali si immergevano in una vasca di acqua fresca. Fra i vini spumanti o frizzanti dei Romani si può includere anche, in un certo qual modo, il celebre Falerno che era generalmente tranquillo il quale, però, nei tempi corrotto del primo secolo, poteva trovarsi spumeggiante e mescolato a ignobili unguenti. Giovenale, il grande poeta satirico di questo tempo, lo ricorda nella Satira sui costumi delle donne che ne abusavano “...Quum perfusa mero spumant unguenta Falerno” (Satira VI v.303). Nei secolo che seguirono le invasioni barbariche, una documentazione fornitaci da Magno Aurelio Cassiodoro (che visse più di cent'anni dal 480 al 583), può in un certo qual modo ricordarci, nell'acinatico, un vino ricco di anidride carbonica. Questo vino, che doveva servire per la Mensa Imperiale, si preparava con uve appassite e la lenta fermentazione avveniva nei mesi invernali. Le interruzioni e le riprese del processo fermentativo erano frequenti, in modo che questo “freddo sangue dell'uve”-come lo chiamava il celebre ministro-appariva sempre giovane (frizzante). Durante i secoli bui e nell'Alto Medioevo la citazione di questi prodotti particolari che venivano chiamati con diverse terminologie, fra le quali ricordiamo quelle di “saliens” o “tiillans”, di lingua latina, oppure con quelle di “mordaci”, “piccanti”, “raspati o raspanti”, “razzenti” o “racenti”, si fa più rara. All'inizio del XII sec. fu redatto il celebre Regimen Sanitatis della Scuola Salernitana nel quale, fra l'altro, si stabiliscono le qualità richieste al buon vino affinché risulti vantaggioso per la salute. Un versetto di questo Regimen, infatti, indica che il vino salubre doveva essere: ...claris, vetus, subtile, maturum ac bene linfato, saliens, moderamine sumptum cioè, secondo la traduzione di Tarquinio Volpe, ...sia vecchio il vino e limpido, spumante ma temprato, e parcatamente usato. SECOLI XIV E XV Nel Trecento si hanno le prime indicazioni sull'uso del governo toscano che, com'è noto, coll'immissione del vino finito di uva pigiata, conservata su graticci, induce una nuova fermentazione e discioglimento dello stessi vino di anidride carbonica. André Simon accenna che, già nel 1338, nell'Abbazia Benedetina di S. Hilaire, nel sud della Francia, si produceva un vino frizzante o spumante anticipando di alcuni secoli quella del celebre champagne. In Italia potevano presentarsi frizzanti, a fine trecento, i vini bianchi toscani provenienti da Montecarlo e da Pescia, sia dolci che secchi. Nell'archivio Datini di Prato infatti, si conserva una lettera dl fattore Barzalone di Spedaliere, datata 11 Aprile 1402 ed indirizzata al famoso merante, nella quale si cita il “trebiano mordente...brusco e non morbido, di questi luoghi”. VINI SPUMEGGIANTI RINASCIMENTALI “Fumanti coppe ricche di spuma” sono ricordate, all'inizio del Cinquecento, dal veronese Girolamo Fracastoro (1479-1553), nel suo “Syphilis, sive de morbo gallico”. Questo celebre medico pontificio cita specificatamente i vini frizzanti della Corsica, della Campania (Falerno), della Puglia (forse o della Venezia Giulia?) e del Veronese. “Non spumosa mero spumantia pocula Bacch Qualia Cynaie colles, campique Falerni et Pucinus ager mittunt; aut qualia nostris Thetica dat parvo de collibus uva racemo”. (Non schietto vino le fumanti coppe ricche di spuma, quale vien mandato dai corsi colli, dai pugliese campi e da Falerno, o quello che nei nostri campi si estrae da piccoletto grappo della Retica vite...) (traduzione di F. Pellegrini). Nello stesso secolo d'oro, rinascimentale, Stefano Carlo, ricordando ancora fra i vini spumeggianti l'aigleucos dei Romani, ebbe modo di segnalare, nella sua opera “Vineto”, che in Francia vini similari venivano denominati “Fermoùst”, mentre i latini li chiamavano (forse perché ricchi di gas) “bell'aria di Padre Bacco”. Numerosi sono gli scrittori che in questo secolo citarono il vino frizzante o piccante. Fra questi elenchiamo: Gian Giorgio Trissino (1478-1550) vicentino, il quale nominò un “piccante-dolce”: “poi ch'ella (la fame) fu sciolta o rintuzzata empier le tazze d'un liquor di Bacco piccante e dolce...” Paolo Giovio (1483-1550), umanista, storico e medico comasco, pose in evidenza un vin di “Marseglia piccante e rubinevole”. Annibal Caro (1507-1566), ritiratosi in una “vignetta” nelle vicinanze di Frascati, si dedicò alla traduzione dell'Eneide e riportò, in una sua composizione poetica, che il vino... “Tondo e frizzante insieme m'è ito fin su le punte de' piedi”. Girolamo Bargagli (1537-1586), senese, ebbe particolari preferenze nella scelta del vino che doveva presentarsi, al gusto... amabile, maturo, piccante e che lassi le labbra asciutte... Un poeta bernesco di quest'epoca, Matteo Franzesi, fiorentino, che ricoperse uffici importanti a Roma sotto Clemente VII e Paolo III,dopo aver cantato le carote e lo stuzzicadenti, scoperse l'ispumante brillante e splendente: “Vince l'aureo tuo nuovo colore, l'ispumante e brillante entro un bel vetro, dell'aurora e del sol l'alto splendore...”. Ma se queste sono semplici citazioni che inneggiano al vino ricco di spuma, informazioni tecniche ma alquanto empiriche, sui vini frizzanti e rinascimentali, ci vengono fornite dagli scrittori didascalici. Giovanvettorio Soderini (1526-1597), pubblicò un “Trattato sulla coltivazione delle viti e del frutto che se ne può cavare”, ed entrò in particolari ...tecnici: “Per fare ancora i vini piccanti, saporiti e dolci, aiuta assai... pestare con stanghe o con mazzapicchi rotondi che abbiano la caperozzola piana...” E così, parimenti, un atro trattatista-viticoltore, Bernardo Davanzati (1529-1606), scrisse che “per aver vin dolce vermiglio poni vigne non pancate. E per dargli il frizzaente, senza cui non ha garbo, ammosta (e) imbotta più vergine, si che bolla parecchi dì nella botte”. Numerosi vini “mordenti” (frizzanti) di questo secolo ci vengono indicati da Sante Lancerio, il bottigliere di Papa Paolo III, nella sua operetta nella quale riporta la descrizione dei vini preferiti dal Pontefice (1549). Il Lancerio ricorda il “Greco d'Ischia”, corretto con trucioli di legno di nocciolo, che era “dolce e mordente”, e con “sapore di cotognino”; il vino di Monterano, presso il Lago di Bracciano “per la sua vendettadolce, con mordente tanto soave che fa lacrimare d'allegrezza, bevendolo”; il “Coda di cavallo” proveniente dalle vicinanze di Nola, nel Regno di Napoli, “mordente e dolce”, ed il vino di Sucano che veniva portato a Roma da Orvieto “per schiene di muli e per some”. Anche il “Lagrima”, proveniente da Somma, era noto per essere “mordente, odorifero e polputo”. E così i vini di Bagnaia, nelle vicinanze di Viterbo, pur non essendo grandi vini, venivano preferiti ad altri perché frizzanti. Simile preferenza era riservata al vino di Bracciano perché “amabile, di bel colore e mordente”. Tale vino, che il Lancerio definì “appetitoso”, si poteva conservare anche nella stagione calda nelle grotte. Altri vini spumeggianti, citati da Lancerio, erano lìAlbano rosso ed il vino di Monterosso “mordenti e polputi”. Domenico Romoli detto il Panunto nel suo libro “La singolar dottrina” (1560), consigliava a quel tempo che “con gli arrosti è bene servire vini rossi mordenti” anticipando di oltre quattro secoli le attuali usanze modenesi e reggiane. Una delle prime pubblicazioni sulla tecnica di preparazione dei vini frizzanti e sulla loro azione sul corpo umano si può considerare quella data alle stampe nel 1570, dal medico Gerolamo Conforto, a Brescia, con il titolo di “Libellus de vini mordaci”. Questo medico che si interessò pure allo studio sulla peste, sul morbo gallico (la sifilide), sui “presentimenti” e sulla “delimitazione delle stagioni”, mise in rilievo la notevole diffusione ed il largo consumo che i vini spumeggianti avevano i quell'epoca. L'autore li descrive dal “sapore piccante o mordace che non seccavano il palato, come i vini acerbi ed austeri, e che non rendevano la lingua molle come i vini dolci. Alcuni di loro provocavano il singhiozzo e facevano giungere la loro azione al cervello ed agli occhi i quali (a causa del frizzante) spesso lacrimavano...”. L'origine della spuma e del piccante venne giustamente individuata, dal Conforto nell'ebollizione del mosto,cioè nella fermentazione. Infatti, secondo l'Autore, coloro che attendono alla preparazione di questi vini sono preoccupato di frenare la loro ebollizione affinché la “scoria gassosa, leggera e pungente” (l'anidride carbonica), non si disperda. Quale chiaro esempio della sua asserzione il medico bresciano segnalò l'usanza dei francesi i quali producevano, anche a quel tempo “vini mordacissimi”, cioè dei veri e propri spumanti, “chiudendo i mosti nelle botti”. Secondo questo medico-enologo i vini diventavano più spumeggianti durante i mesi invernali, mentre nei mesi estivi si “smorzavano” e deperivano perdendo tutto il loro sapore piccante. Purtuttavia aggiungendo degli acini d'uva ai vini che avevano perso il frizzante, questi potevano riacquistarlo perché in essi si scioglievano le “secrezioni gassose, piccanti, emesse dagli stessi acini...”. Tali secrezioni però, secondo il medico bresciano, non portavano alcun giovamento alla nutrizione del sangue e pertanto questi vini, anche se celebri e ricercati, bisognava bandirli dall'alimentazione. “La buona salute del genere umani-concludeva il Conforto-deve necessariamente anteporsi alla voluttà per questo vino che stuzzica l'organismo”. Di parere del tutto contrario al Conforto è, in quest'epoca, un altro medico, il bolognese Baldassare Pisanelli il quale, in una sua curiosa opera-”Trattato de' cibi e del bere” (1589)-del consumo dei vini spumeggianti o raspati, così si esprime: “I vini raspati, quando sono di vin ottimo, sono molto buoni, perché quella mordicazione gagliarda congionta co'l sapore dolce, o altro sapore di vino buono, provoca l'urina, fa digerire il cibo, non lo lascia fumare al capo e risveglian l'appetito”. Il Pisanelli riporta, anche lui, in una annotazione, i vari modi per preparare il vino raspato e fra l'altro segnala che “...noi in Piemonte pigliamo l'uve ben mature e n'empimo una botte a quale aggiungemo tanto vin vecchio, e mosto, che sia piena la botte e quando ne caviamo una stagnata, gli ne mettiamo un'altra e così si fa un vino che ricrea il stomaco e togli la sete, spetialmente ai colerici, e a sanguigni... Oltre al detto vin raspante vi è il vin puro fatto da sé senz'altra misura qual chiamiamo piccante e credo che questo foss'anchora (noto) presso gli antichi...”. Andrea Bacci, il famoso medico Elpidiano di Papa Sisto V, nella sua grandiosa opera “De Naturali Vinorum Historia” di fine cinquecento, ci offre una segnalazione senza dubbio interessante sui vini spumosi che definisce “dilettosamente mordenti, di soave odore e spumanti per auree bollicine qualore si mescano e versino nei bicchieri”. Il Bacci ricorda anche il così detto “vino ritornato” cioè il vino che aveva subito alcuni rimontaggi sulle vinacce fresche e che poi diventava frizzante; tal vino, versato nel bicchiere, annota il Bacci “frizza, gorgoglia, com'è proprio del vino sincero”. Il dotto archiatra pontificio tra i vini piccanti del Napoletano cita, come già il Lancerio, il “Coda di cavalo” che incontrava particolari simpatie nelle mense principesche “per essere di una dolcezza mista ad una soavità mordente e suggente...”. Simili vini quelli lodati dal Modenese-segnala sempre il Bacci-se ottenevano nel Parmigiano, in quel di Reggio Emilia e di Carpi. Nella Provincia di Pavia si coltivava l'uva pignola che dava un vino piccante, spumoso, limpido, saporoso e-sogguinge il Bacci-dal “profumo di pignolo che non cedeva ai Lacrima dell'Italia centrale”. Così pure a Desenzano ed a Peschiera si producevano squisiti trebulani ed una specie di vin di Candia (forse una specie di Recioto) dorato, spumeggiante e serbevole fino al terz'anno. Gabriello Chiabrera (1552-1638), citato anche nella Ampelografia dello Sachs, ricordò, invece, il trebbiano toscano spumante con questi versi: Vin de' regni d'Arno come l'or brilla lucente e nel bel cristal ride spumante... SECOLO XVII Nei primi decenni del seicento il medico Scacchi Francesco da Frabiano, nel suo libro “De salubri potu dissertatio” (1622) dedicò ai vini piccanti un lungo capitolo, ma i concetti espressi risultano simili a quelli del Conforto la cui opera com'è presumibile, venne attentamente consultata dal medico marchigiano. Lo Scacchi riteneva, anche lui, i “vini piccanti” poco utili alla salute perché, soprattutto, venivano consumati schietti senza alcuna diluizione ed “unicamente per dilettare il gusto”. Purtuttavia anche dall'opera dello Scacchi si possono trarre interessanti ragguagli sulla tecnica della loro preparazione che veniva effettuata sia partendo dalle uve nere che a quelle bianche aggiungendo acqua al mosto o al vino già finito. “Al tempo della vendemmia oppure mentre i vini sono alquanto giovani”-riferisca lo Scacchi-”si preparano vini frizzanti aggiungendo e agitando a lungo, nella botte, due parti di vino dolce ed una di acqua bollente. Ma si possono anche preparare con altri vini leggeri sia amari (secchi), sia dolci che intermedi, soprattutto se sono stati mitigati con acqua, com'è consuetudine a Bologna”. Anche a Roma era molto popolare un vino molto leggero e frizzante chiamato “acquetta” che si preparava utilizzando “vini dolci quali il Corsico, il Latino, il Greco, ed altri simili che ogni anno è costume importare a Roma dalle singole provincie...”. Dai vini dolco proveniva, secondo lo Scacchi, un tocco più soave e gradito. Lo stesso autore osservò che nei recipienti chiusi “...il “gas rigonfiante” viene trattenuto e se vengono prelevati dalle botti, vini di questo tipo, si vedono sprizzare con grande forza, specialmente quando si versano in un vaso di vetro. Allora, infatti, come se fossero spalancate le porte, quei gas rigonfianti, che prima erano costretti a riposare, fanno pressione e immediatamente salgono in alto, ed in quel veemente movimento, sulla superficie del vino pullula una certa spuma”. Ed ancora: “...i vini che sono prodotti da uva selvatica chiamata “lambrusca”, se la oro fermentazione viene interrotta, sprizzano enormemente... in quanto abbondano di umore acquoso e acerbo e producono una maggior quantità di gas rigonfianti!. Oltre l'interessante dissertazione latini del secentista Scacchi sui vini frizzanti, troviamo ancora in questo secolo, nell'opera del bolognese Vincenzo Tanara (1644), un accenno all'uva Tosca (che il Dalmasso ritiene di individuare nel Sangiovese) “che fa vino rissetto, piccolo, non molto dolce, piccante, grazioso e sanissimo”. Il Tanara cita anche l'uva Lambrusca, intesa solitamente come vite silvestris proveniente da seme, e dice che “che potesse avere (quest'uva) vendemmiata tardi ottiene un vino brusco, maturo, piccante e raro”. E' quindi un'altra conferma, dopo quella del Bacci, che nel seicento gli attuali Lambruschi non erano ancora coltivati come vitigni domestici. Purtuttavia questo vino di vite selvatica doveva risultare qualitativamente interessante se già nel 1670 si spediva a Roma al Cardinale Rinaldo d'Este dalle Cantine Ducali di Modena unitamente ad altri vini quali il Lacrima, il Marzemino, il Tosco e il Grana che si presumono pure “mordenti” se non addirittura spumeggianti. Filippo Jacopo Sachs, tedesco, che pubblicò nel 1661, a Lipsia, un curioso libro di ampelografia e di enografia, ricordò che in Lombardia (l'antica Insubria) esisteva nelle vicinamze del Ticino un vino dal gusto piacevole detto “Piccante” che svolgeva, nel cratere dove veniva versato, “subulliens bullis”, dal colore splendido. Probabilmente questo vino non era altro che il vino pavese ottenuto da uve pignole, già ricordato da Bacci. Fra i letteratic he in questo secolo citano i vini spumanti o piccanti segnaliamo Lorendan Francesco (detto il Loredano) poeta veneziano, governatore di Peschiera, sul Lago di Garda, che descrisse le mansioni di un suo personaggio il quale “...in auree tazze il nettare a versare cominciò ch'era un vin dolce e piccante”. Vini dolce e “racenti” veronesi sono anche ricordati da Onofrio Panvinio. Francesco Redi nel suo celebre ditirambo (1685) ricordò il divino Moscadelletto di Montalcino alquanto leggiadretto ma troppo dolce, mentre risultavano decisamente più frizzanti i vini prodotti nelle sue terre: Sarà forse più frizzante più razzente e più piccante o coppier, se tu richiedi quello'Albano quel Vaiano che biondeggia che rosseggia là negli orti del mio Redi. SECOLO DELLO CHAMPAGNE Verso la fine del Seicento, l'avvento dello champagne apre un nuovo ed importante capitolo nella storia della preparazione dei vini spumanti. Alcuni autori segnalano che, nell'ultimo decennio di questo secolo, la viticoltura , nella Champagne, era in grave crisi ed i viticoltori, costretti a svendere i loro vini sfusi ed a prezzi molto bassi, studiavano un modo diverso per collocare il loro prodotto che , purtuttavia, era già apprezzato in diverse regioni d'Europa e specialmente in Inghilterra. Molti ebbero l'idea di imbottigliarlo e di renderlo spumante similmente a quanto si faceva già a Londra da alcuni abili commercianti. André Simon, uno storico dello champagne, ci segnala infatti che il primo vino spumante derivato dal vino tranquillo proveniente, in fusti, dalla Champagne, si ottenne a Londra dove abili mercanti di quella grande città lo imbottigliavano dopo aver aggiunto diversi ingredienti quali la cannella, i chiodi di garofano e lo zucchero. Fu il successo londinese di questi vini, resi forse inconsapevolmente spumeggianti, che indusse i viticoltori della Champagne a specializzarsi in queste preparazioni. La fermentazione di questi mosti, molto aciduli, che si effettuava in recipienti di legno alquanto piccoli (barriques), al sopraggiungere dei primi freddi rallentava sensibilmente e si arrestava del tutto lasciando il vino ancora dolce. Il processo fermentativo riprende solamente nella tarda primavera ed un imbottigliamento precoce poteva quindi facilmente dare un vino spumante. La tecnologia di preparazione si deve considerare un processo collettivo dovuto a diversi viticoltori e non all'invenzione di pochi o, come spesso viene riportato, a Dom Perignon. La metodologia, piuttosto complessa, trova la sua attuazione ed il suo completamento in un arco di tempo di ben due secoli. L'evoluzione del processo tecnologico, per quanto riguarda la conoscenza inerente alla formazione della spuma, all'impiego razionale dello zucchero, all'eliminazione del deposito, all'utilizzazione dello sciroppo di spedizione e dei lieviti selezionati, è stato, quindi molto lento, passando dal più oscuro empirismo ai successi pratici delle conquiste scientifiche che andavano via via realizzandosi nel XVIII e XIX secolo. Riteniamo interessante seguire le tappe evolutive di questa tecnica, nel corso di questi due secoli. FORMAZIONE DELLA SPUMA Uno dei primi ad interrogarsi sulle cause della spuma, fu il canonico Godinot il quale nel libro a lui attribuito: “sul modo di coltivare la vite e di fare il vino...”, pubblicato nel 1718, diversamente dai medici italiani del cinquecento e del seicento, scrisse: “Alcuni ritengono che la spuma derivi dalle droghe che si aggiungono (era allora usanza, come si è visto, aggiungere al vino diversi ingredienti aromatici tra cui la cannella ed i chiodi di garofano) altri l'attribuiscono all'asprezza, all'acidità, in quanto i vini che spumano sono estremamente aciduli, altri infine riferiscono questo effetto alla luna, secondo l'epoca che mettono il vino nelle bottiglie... Ci si sforza comunque- continua il canonico Godinot-di ottenere il vino spumante con i metodi più vari. I commercianti utilizzano a questo scopo l'allume, l'acquavite, lo sterco di colombo, ed ancora diverse droghe per farlo spumeggiare vivacemente. Ma senza tanti artifici si avrà sicuramente un vino perfettamente spumante quando si imbottiglierà dopo 10 o al massimo 14 giorni dopo la luna piena di marzo”. E' anche da segnalare che Bidet nel suo trattato di viticoltura e di enologia, nel 1752, ripeté questo concetto e che nel 1772 Rozier riaffermò che il vino imbottigliato a marzo è più spumante di quello imbottigliato in agosto mentre se questa operazione si effettua nei mesi di ottobre e dicembre il vino non spumava affatto. Secondo altri era la mescolanza di diverse varietà di uva o il taglio di diversi vini (cioè la costituzione della partita o della cuvée) a produrre i migliori. ZUCCHERO E PRESSIONE DELLA BOTTIGLIA E' anche da segnalare che se gli inglesi avevano impiegato lo zucchero per produrre a Londra il primo champagne, nella regione francese, lo zucchero, per tutto il Settecento, non veniva utilizzato. Nel 1752 Bidet raccomandava di addolcire il vino, rude ed acidulo, da spumantizzare, con acquavite o con del miele. Ma i suoi consigli erano seguiti da pochi. I famosi quadri di Jean-Francois de Troy (1679-1743) “Pranzo di prosciutto” costituiscono, a questo riguardo, delle significative testimonianze. Nel primo,gli sguardi attoniti dei commensali seguono il volo del tappo che si alza di pochi metri e nel secondo, il coppiere inghirlandato di fronde, versa da posizione elevata, lo spumante in un piccolo flute senza provocare molta spuma. Il tappo era inizialmente fissato con spago incatramato, legato in croce che, nel 1760, venne sostituito con il filo di ferro o con lamine di latta. E' da segnalare che solo nel 1837 si prese conoscenza di alcune ragioni tecniche inerenti all'aggiunta dello zucchero nel vino da destinare alla presa di spuma. La pubblicazione di due primissimi lavori, che costituiscono la base principale per eliminare i gravi danni delle rotture, si deve al signor Francois, farmacista di Chalon-sur-Marne. A questo autore il merito di aver posto in evidenza la relazione esistente tra peso di zucchero contenuto nel vino e la produzione di anidride carbonica. Questi studi vennero successivamente completati e perfezionati dal Maumené (1858), dal Robinet (1874) e dal Salleron (1886). ELIMINAZIONE DEL DEPOSITO Per tutto il Settecento lo spumante prodotto veniva commercializzato con la fondata naturalmente formatasi durante la presa di spuma. Verso la fine dello stesso secolo si tentò di eliminare il deposito che deprezzava notevolmente il prodotto finito, con il travaso manuale del vino da una bottiglia all'altra o con l'aiuto di sifoni. Nel 1821, come riportano diversi autori, questo metodo era ancora in uso per la preparazione dello spumante della miglior qualità. Jullien, a questo riguardo, annottò che il vino si otteneva ben limpido decantando accuratamente e lasciando, nella bottiglia che si svuota, oltre che il deposito, un certo volume di vino che verrà poi regalato agli operai. Però lo stesso autore, già nel 1813, descriveva nei dettagli l'operazione di “remuage” e di “dégorgement” che non soddisfaceva totalmente i produttori e che solo da alcuni veniva eseguita. Questa operazione veniva compiuta ponendo le bottiglie, capovolte, in adatti fori ricavati su tavole (utilizzate ancora in posizione orizzontale). Sembra che sia stato un tecnico della Casa Cliquot, negli ultimi anni del Settecento, ad utilizzare per primo queste tavole orizzontali, con idonei fori che potevano contenere il collo della bottiglia. Però il definitivo perfezionamento delle “pupitres” come segnala il Guiot, sistemate a cavalletto, avvenne solo nel 1860.Nel 1899 il lavoro dei “remueurs”, degli operi addetti a questa operazione, venne ufficialmente disciplinato dai Sindacati del Commercio. SCIROPPO DI SPEDIZIONE L'aggiunta sistematica allo spumante di un liquore di spedizione per correggere il tenore zuccherino si concretizzò verso il 1830. Sutaine, nel 1843, citò anche una macchina idonea a livellare il vino nella bottiglia, dopo lo sboccamento, e Maumené, nel suo celebre trattato, enumerò gli ingredienti che possono costituire un buon “liqueur” per il prodotto da destinarsi all'esportazione: “Zucchero, vino della stessa cuvée, acqua, vino di Porto, cognac, kirsch, alcolato di lampone, soluzione satura di allume,tintura di Fisme, acido tartarico e tannino”. Ma sull'utilizzazione di tutti questi ingredienti non tutti i tecnici furono d'accordo. Il Guyot fra l'altro ne fu decisamente contrario e scrisse che con tutti questi liquori aggiuntivi “il prodotto cattivo non guadagna niente e quello buono perde sempre”. Nel 1885 queste pratiche furono giudicate fraudolente ma si continuò ancora ad utilizzarle finché verso la fine del secolo, iniziando al moda degli spumanti brut o pas dosé o “sans sucre”, vistosamente reclamizzati, persero molto del primitivo interesse. Lo sciroppo di spedizione sussistette solo per correggere il tenore zuccherino. AZIONE DEL LIEVITO Contemporaneamente agli studi inerenti al calcolo degli zuccheri per ovviare ai gravi danni delle rotture si svilupparono quelli riguardanti il lievito che veniva anche chiamato glutine. Dopo gli studi del nostro Fabbroni, Lenoir affermò, nel 1828, che nessuna fermentazione era possibile senza la presenza del fermento e Francois stesso, aveva già indicato i mezzi per attenuarne la vitalità nell'alcole, nel tannino e nell'acido solforoso ma il chiarimento definitivo sulla loro natura e sul loro ruolo nella fermentazione avvenne con le scoperte di Cagniar La Tour e del Pasteur e poi ancora quelle del Buchner e dell'Hansen. Quest'ultimo studioso, com'è noto, mise a punto un processo permettente di ottenere le colture pure dei lieviti partendo da una sola cellula. Il Maumené verso il 1880 intravvide per primo la possibilità di utilizzare le colture pure di lievito per la presa di spuma. CITAZIONI LETTERARIE, SETTECENTESCHE, ITALIANE Mentre in Francia, nel primo cinquantennio del secolo XVIII, sorgevano le prime grandi Case produttrici di champagne, la rinomanza di questo vino si diffuse velocemente in tutto il mondo ed in Italia le citazioni dei poeti e dei letterati, inerenti a questo “vino gioioso dal tappo che vola” e dalla schiuma traboccante, sono numerose. Francesco Algarotti (1712-1764) rappresentante autorevole della letteratura settecentesca italiana, pose in risalto “la piccante schiuma del delizioso vino di Sciampagna...più porosa e leggera del vino medesimo”. Paolo Rolli (1687-1765) invece, nel descrivere le ricche tavole sontuosamente imbandite ricordò, con bei versi, alcuni spumanti di produzione nostrana: ...e i vini brillano dolce-piccanti che dentro a limpidi tersi bicchieri spiritosetti lievi zampillano al gusto amabile, sani e leggeri. E sempre che dal vino spumante di produzione casalinga fosse graito anche a Gaspare Gozzi il quale osservava che ogni stilla che spilla che discende che zampilla brilla, frizza, spuma e splende... LO SPUMANTE CLASSICO IN ITALIA In Italia all'inizio dell'ottocento, l’industria della preparazione dello spumante secondo il metodo champenois era ancora ai primordi. Il Conte Vincenzo Dandolo, enologo molto considerato anche dai tecnici francesi, produceva, come riporta Mussi-Gallarati “vino spumoso col mettere mosto e vinacce in uno stesso tinello e facendovi aggiunta di zucchero”. Svinava prima che la fermentazione fosse terminata e cioè “quando il pesamosto segnava ancora 4-5 gradi di densità”. Dopo un nuovo travaso, chiarificava il vino prima di imbottigliarlo. L’imbottigliamento veniva effettuato con mezzi manuali, e per “rendere i turaccioli arrendevoli ed elastici venivano configurati ed impiccioliti”, come il Dandolo stesso scrisse, “prima con la mascella e poscia fortemente introdotti e compressi- nel collo della bottiglia- con il calcaturaccioli affinchè non permettano più l’ingresso dell’aria, nè dell’umidità, per cui anzi si gonfiano e vié più si turano...”. Il Marchese Cosimo Ridolfi nel 1821 espose una relazione all’accademia dei Georgofili di Firenze sul modo di rendere limpidi i vini spumanti e Mussi-Gallarati indicò che, per produrre un buon vino spumoso, è necessario utilizzare l’uva “Fontana gentile da mescolarsi con il tirbiano o trebbiano e la malvasia”. Il prodotto imbottigliato è bene però che venga conservato nella sabbia ad una temperatura di 10° C. “Non deve però far meraviglia se all’apparir del caldo dell’estate scoppino le bottiglie. Io-segnala il Gallarati-Scotti- non ho mai avuto una perdita inferiore al 10%”. Per ovviare a rilevanti danni il Mussi-Gallarati consigliava di “aggiungere solo un quarto d’oncia di zucchero per cadauna bottiglia prima di sottoporle all’otturamento”. (Considerando l’oncia di 30 grammi e la capacità della bottiglia di 750ml si poteva raggiungere in tal modo, utilizzando vino perfettamente secco, una pressione di circa 2 atm e mezzo). Nel 1857 l’aquilano Speranza Relleva presentò alla Real Società Economica dell’Aquila una sua memoria “sui vini spumanti e di lusso” con il proposito di diffondere la preparazione dello spumante fra i proprietari della regione, utilizzando i vini della Valle Subequana che presentavano le dovute qualità per diventare spmanti. Il Rellevà riportò gli studi del Francois e del Maumené, riferì alcune sue personali esperienze per una esatta determinazione dello zucchero e, fra l’altro, descrisse una tappatrice adatta all’impiego artigianale. Di vini frizzanti e spumanti dell’Astigiano e degli ex Ducati di Parma e di Modena si occupò anche, nel 1863, Gaetano Pirovano. Successivamente il Pollaci si interessò alla preparazione del moscadelletto di Montalcino spumante, lo Strucchi e lo Zecchini a quella del moscato di Canelli ed il Carpené a quella del prosecco. Per ovviare le disagevoli operazioni del travaso, effettuato a mano, o quelle del remuage e dègorgement del metodo tradizionale, il Martinotti propose una macchina travasatrice isobarica e Marone-Cinzano, nei primi anni di questo secolo, attuò un suo particolare sistema di transfert che consisteva nel travaso dello spumante,in presenza di azoto, in un’unica autoclave. Però tutte le metodologie che fuorviavano dall’originale sistema tradizionale vennero in particolar modo osteggiate dai seguaci del sistema champenois. In Francia, Robert si scagliò, all’inizio del secolo XX, contro le proposte innovative del Maumené che tentavano di sostituire la rifermentazione in bottiglia con quella da effettuarsi in grandi recipienti metallici, resistenti alla pressione, allora chiamati afrofori. Il Robert definì il sistema proposto dal Maumené alquanto “malizioso” e si scagliò contro questo celebre studioso il quale, pur originario della Champagne, si era evidentemente proposto, secondo il Robert, di “far cadere nell’oblio le grandi iniziative degli enologi della Champagne”. Pertanto consigliava apertamente ai suoi lettori di “non provare mai di fare un vino spumante con metodi diveri da quelli semplici in uso nella Champagne, da oltre un secolo”. In Italia il Martinotti, sulla fine dell’Ottocento, difese la tradizionale tecnologia classica contro altre proposte innovative. Nella seconda metà dell’Ottocento sorgevano le prime grandi case produttrici di spumanti (Carlo Gancia ed il Boschero in Piemonte, Carpené nel Veneto, e quella del Barone Spitalieri in Sicilia, sulle falde dell’Etna). Notevoli contributi scientifici e tecnici portarono, oltre che il Carpené e il Martinotti, lo Strucchi, lo Zecchini e, più recentemente, Carlo Mensio ed Ettore Garino Canina. Fin dai primi anni del nostro secolo iniziarono la loro attività altre grandi Case (Giulio Ferrari di Trento, Antinori, Cinzano, Contratto, Martini e Rossi, la Cantina Sociale di S.Maria La Versa, ed altre). Negli ultimi decenni, durante l’ultima guerra, entrò nella storia dello spumante classico anche quell’avventurosa vicenda che va sotto il nome di “Segreto di S.Vittoria”, riguardante il salvataggio di un milione di bottiglie dalle mire e dalle razzie delle soldatesche naziste, ingegnosamente occultando, con accurata muratura, un’intera galleria della Cantine Cinzano. Il fatto ispirò il romanzo, ormai celebre, dell’americano Robert Crichton dal quale derivò poi il film di Stanley Kramer che ebbe come protagonisti Anna Magnani e Antony Quinn. Infine, fra le recenti vicissitudini è doveroso ricordare, oltre il notevole apporto della ricerca scientifica, la fondazione, avvenuta nel 1975, dell’Istituto Italiano dello Spumante Classico, il quale, garante di una rigorosa disciplina,a salvaguardia della qualità, riunisce l’élite della produzione spumantistica tradizionale italiana. Auguri a tutti ....Cin Cin!!!!!

2008, RIPARTIAMO DA FRASCATI

LE CARATTERISTICHE DEL VINO FRASCATI Colore: paglierino più o meno intenso;Odore: vinoso, con profumo caratteristico delicato;Sapore: sapido, morbido, fine, vellutato, Gusto:· "secco" o "asciutto" nei tipi aventi contenuto massimo di zuccheri residui sino all'1%;· "amabile" nei tipi con contenuti in zuccheri residui dall'1% al 3% ;· "cannellino" o "dolce" nei tipi con zuccheri residui tra il 3 ed il 6%Grado alcolico in volume totale minimo: 11 per cento;Acidità totale minima: 4,5 per mille;Estratto secco netto minimo: 16 per mille.Il "Vino Frascati Superiore" deve possedere un grado alcolico non inferiore a 11,50% in volume.Il disciplinare di produzione determina altresì le caratteristiche del "Vino Frascati Novello" e del "Vino Frascati Spumante" l Consorzio, nasce il 23 Maggio 1949 a rogito del Notaro Mario D'Orazi, su iniziativa di 18 produttori, con la Denominazione di "Consorzio per la difesa di vini pregiati e tipici di Frascati". Nel corso degli anni ed a seguito di precise disposizioni di legge ha modificato la propria denominazione nell'attuale di "Consorzio Tutela Denominazione Frascati". Esso è stato tra i primi Consorzi ad ottenere l'incarico della vigilanza sulla denominazione. Il Marchio del Consorzio è costituito da un'aquila ad ali spiegate poggiata con le zampe su un cartello con la scritta TVSCVLUM , sovrapposto ad una conchiglia con volute, sormontate da una corona nobiliare contenenti elementi degli stemmi dei Comuni di FRASCATI (chiavi incrociate), GROTTAFERRATA (inferriata) e di MONTEPORZIO CATONE (pino con viti incrociate). Dagli originari 18 soci fondatori il Consorzio consta oggi di 600 produttori associati che rappresentano oltre il 40 % della produzione complessiva del Frascati. Il Consorzio, che non ha fini di lucro, persegue i seguenti scopi: 1. vigila sul rispetto da parte dei soci. delle disposizioni relative alla denominazione "Frascati"; 2. rileva le quantità di uva e vino prodotte da ciascun socio: 3. vigila affinché non venga posto in vendita con il nome Frascati vino ottenuto con uve non prodotte nel territorio delimitato per legge; 4. promuove studi ed iniziative, sia in campo viticolo che enologico, volte al miglioramento qualitativo del "Frascati" ; 5. favorisce la partecipazione a mostre e fiere svolgendo un metodica propaganda volta all'apprezzamento delle caratteristiche e dell'immagine del vino Frascati; 6. collabora con gli enti preposti alla sorveglianza contro le frodi nella produzione e nel commercio del vino. Il Frascati è stato uno dei primi vini italiani ad ottenere il riconoscimento della denominazione di origine controllata (D.P.R. 3/3/1966) anche grazie all'azione avviata e portata avanti dal Consorzio nelle sedi competenti. Nel quadro delle iniziative e delle attività istituzionali opera per la rivalorizzazione dei vitigni autoctoni. Una Commissione tecnica consortile, composta da esperti del settore , procede all'esame organolettico ed alla degustazione del vino "Frascati" immesso al consumo , nell'ambito dei progetti "Italia " ed "Estero" finanziati dal Ministero per le Politiche Agricole e Forestali, al fine di riscontrarne la rispondenza ai requisiti qualitativi stabiliti dal disciplinare di produzione. Il Consorzio, ai sensi della legge 10 febbraio 1992 n. 164 e dal Decreto Ministeriale n. 256/97, ha ottenuto l'affidamento degli incarichi previsti dall'art. 19 della citata legge. La zona di produzione delle uve del vino Frascati comprende il comprensorio già delimitato con decreto ministeriale 2 maggio 1933, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 137 del 13 giugno 1933. Nonché i territori per i quali sono state attualmente rilevate le condizioni previste al secondo comma dell'art. 1 del decreto del Presidente della Repubblica 12 luglio 1963, n. 930. Tale zona comprende per intero il territorio amministrativo dei comuni di Frascati, Grottaferrata, Monte Porzio Catone, ed in parte quelli di Roma e Montecompatri. Tale zona e' così delimitata: sulla via Casilina, appena superato il Km. 21 al ponte di Pantano, il limite segue in direzione sud-est il fosso Valpignola sino ad incontrare il confine comunale tra Roma e Montecompatri per proseguire lungo questi in direzione sud-est fino ad incontrare, in località Marmorelle, quello dell'isola amministrativa del comune di Colonna. Prosegue quindi verso sud lungo il confine tra Roma e Colonna prima, Roma e Montecompatri poi ed in prossimità della fontana del Piscaro segue nuovamente per breve tratto verso sud il confine tra Colonna-Frascati in prossimità del Km. 6,200. Segue quindi tale strada in direzione sud-ovest fino al Km. 4,300 circa, dove incrocia il confine comunale di Monte Porzio Catone (località Pallotta); segue quindi verso sud per proseguire poi nella stessa direzione lungo quello tra Montecompatri e Grottaferrata, sino a raggiungere il confine di Rocca di Papa in prossimità del C. dei Guardiani; da qui prosegue verso ovest lungo il confine tra Grottaferrata e Rocca di Papa, fino ad incontrare quello del comune di Marino; segue quindi verso ovest e poi verso nord-ovest il confine tra Grottaferrata e Marino ed all'altezza di Colle dell'Asino prosegue verso nord-ovest per il confine tra Roma e Ciampino, raggiungendo il Km. 2 sulla via Anagnina. Dal Km. 2 sulla via Anagnina segue una retta immaginaria verso nord-est che raggiunge il Km. 12,800 della via Tuscolana (s.s. n. 215), segue quindi la via Tuscolana verso sud-est e a Ponte Linari prosegue verso nord per la strada di Tor Vergata fino a raggiungere la via Casilina (s.s. n. 6) in prossimità di Torre Nuova. Seguendo quindi la via Casilina verso est giunge, appena superato il Km. 21, al ponte di Pantano, da dove e' iniziata la delimitazione. Alla zona di produzione delle uve sopra descritta va ad aggiungersi quella dell'isola amministrativa del comune di rottaferrata sita a nord-est del Km. 2 della via dei Laghi (s.s. n. 217) e compresa tra i confini di Rocca di Papa, Marino e Castel Gandolfo. Art. 4. Le condizioni ambientali e di coltura dei vigneti devono essere quelle tradizionali della zona e comunque atte a conferire alle uve del vino derivato, le specifiche caratteristiche di qualità. Sono pertanto da considerare idonei unicamente i vigneti di giacitura ed orientamento adatti i cui terreni di origine vulcanica siano ricchi di potassio, di fosforo, di microelementi, poveri di azoto e di calcio, sciolti permeabili, asciutti, ma non aridi. I sesti di impianto, le forme di allevamento ed i sistemi di potatura, devono essere quelli generalmente usati, comunque atti a non modificare le caratteristiche dell'uva e del vino. E' esclusa ogni pratica di forzatura. Per i nuovi impianti, il numero minimo di ceppi e' fissato in 3.000 per ettaro, non sono ammessi impianti a tendone e/o pergola. La produzione di uva ammessa per il vino «Frascati» e «Frascati» spumante non deve essere superiore a t 14 e a t 13 per le tipologie «superiore», e «cannellino» per ettaro di coltura specializzata. A tale limite, anche in annate eccezionalmente favorevoli, la produzione dovrà essere riportata ai limiti di cui sopra, purché quella globale del vigneto non superi del 20% il limite medesimo. La resa massima delle uve in vino non dovrà essere superiore al 70%. Qualora la resa uva vino superi il limite sopra riportato l'eccedenza non avrà diritto alla denominazione di origine controllata. La Regione Lazio , con proprio decreto, sentite le organizzazioni di categoria interessate e il «Consorzio tutela doc Frascati» di anno in anno, prima della vendemmia, tenuto conto delle condizioni ambientali di coltivazione, può stabilire un limite massimo di produzione e/o di utilizzazione di uva per ettaro inferiore a quello fissato dal presente disciplinare dandone immediata comunicazione al «Comitato nazionale per la tutela e la valorizzazione delle denominazioni di origine e delle indicazioni geografiche dei vini». Art. 5. Le operazioni di vinificazione devono essere effettuate nell'interno della zona di produzione delle uve di cui all'art. 3. Tuttavia, tenuto conto delle esigenze locali collegate all'urbanizzazione del territorio ed a salvaguardia delle locali tradizioni esistenti, e' consentita altresì la vinificazione in parte del comune di Montecompatri nel comprensorio appresso delimitato: partendo dal confine tra Montecompatri e Monte Porzio Catone alla q 300, in prossimità del fontanile sito in località Pallotta sulla strada Frascati-Colonna al km 4,300 circa, il limite segue verso sud tale confine per breve tratto ( 350 metri circa), per prendere poi la strada comunale che in direzione sud-est, dopo aver costeggiato M. Doddo ad ovest ed attraverso viale Antonino risale raggiungendo ad ovest il centro urbano di Montecompatri, lo costeggia nella parte a sud, includendo così nella delimitazione, fino ad incrociare la strada comunale che in uscita raggiunge la s.s. Maremmana 30 e poi lungo quest'ultima, prima in direzione sud-est e poi nord-est raggiunge la strada per Fontana Cannetaccia, in prossimità del km 3,500. Prosegue poi per quest'ultima strada in direzione ovest e poi nord-ovest lungo quelle che costeggiano a nord-est le località Olivello e Pedicata, sino a raggiungere Fontana Laura (q 344). Da Fontana Laura segue questo verso ovest una retta immaginaria, tesa tra la q 344 e la q 461 (M. Doddo), fino ad incrociare la strada per C. Brandolini: prosegue poi su tale strada verso nord ed a C. Mazzini piega verso ovest per raggiungere la via Colonna (Frascati-Colonna) in prossimità del km 4,350 e proseguire quindi nella stessa direzione sulla medesima fino a q 300 da dove e' iniziata la delimitazione. Le operazioni d'imbottigliamento dei vini della denominazione d'origine controllata «Frascati» devono essere effettuate nell'ambito della zona di produzione di cui all'art. 3 del presente disciplinare. Tuttavia, tenuto conto delle particolari condizioni di tradizionalità, tali operazioni sono consentite - previa autorizzazione del Ministero delle politiche agricole, e forestali - Comitato nazionale per la tutela e la valorizzazione delle denominazioni d'origine delle indicazioni geografiche tipiche dei vini e previa istruttoria da parte della Regione Lazio - in cantine ubicate nell'ambito dell'intero territorio amministrativo dei comuni compresi, in tutto o in parte, nella zona di produzione della denominazione d'origine controllata « Castelli Romani», a condizione che dimostrino di aver effettuato le suddette operazioni da almeno cinque anni continuativamente a decorrere dalla data di pubblicazione del presente decreto. Detta zona comprende: in provincia di Roma, gli interi territori amministrativi dei seguenti comuni: Albano Laziale, Ariccia, Castel Gandolfo, Ciampino, Colonna, Frascati, Genzano di Roma, Grottaferrata, Lanuvio, Lariano, Marino, Monte Porzio Catone, Nemi, Rocca di Papa, Rocca Priora, Velletri, Zagarolo e San Cesareo e parte dei territori amministrativi dei seguenti comuni: Ardea, Artena, Montecompatri, Pomezia e Roma ed, in provincia di Latina, l'intero territorio amministrativo del comune di Cori e parte dei territori amministrativi dei comuni di Cisterna di Latina e Aprilia. La delimitazione della zona stessa viene di seguito descritta: partendo in senso antiorario, in comune di Roma dall'incrocio della via Casilina con il G.R.A., segue in direzione sud-ovest il percorso di quest'ultimo sino all'incrocio con la via Laurentina, deviando verso sud segue la via Laurentina sino al punto di incrocio (km 28,500 circa) di quest'ultima con la s.s. n. 148 Pontina in comune di Ardea e prosegue verso sud-est costeggiando la medesima sino al punto d'incrocio con la via Nettunense dal quale, seguendo la stessa via Nettunense, in direzione nord raggiunge il confine provinciale Roma-Latina che segue verso sud sino a ponte Guardapassi in comune di Aprilia. La linea di demarcazione segue tale confine verso sud sino ad incrociare il Fosso Leschione che percorre verso sud fino alla confluenza con il Fosso di Carano risalendo verso est sino al confine della provincia di Roma e Latina. Continua in direttrice est lungo il confine provinciale sino a raggiungere il fosso della Crocetta, segue verso sud lungo la strada provinciale che costeggia il sopraccitato fosso e lungo la stessa scavalca la s.s. 148, circoscrive il perimetro dell'impianto enologico Co.Pro.Vi. e a ritroso rifacendo lo stesso percorso si ricongiunge alla Crocetta con il confine provinciale. Continua verso est fino a raggiungere la ferrovia Roma-Napoli in località Colle dei Marchigiani in comune di Cisterna di Latina e prosegue lungo la stessa direzione sud est fino all'incrocio con il fosso di Cisterna. Risale lungo il fosso di Cisterna in direzione nord sino all'incrocio con la strada Cisterna-Cori, segue tale strada in direzione nord-est sino all'incrocio con il confine comunale di Cori in località Ponte Teppia dal quale, proseguendo lungo il confine del territorio del comune di Cori, dapprima in direzione sud, poi sud-est, quindi verso nord e nord-ovest raggiunge il confine provinciale in prossimità della strada Giulianello-Artena. Segue il confine provinciale in direzione ovest sino a raggiungere il confine tra i comuni di Artena e Lariano nei pressi della Fontana Mastrangelo. Prosegue poi, lungo i confini comunali di Lariano, Rocca di Papa, Rocca Priora sino alla località Colle di Fuori. Prosegue quindi, verso nord sulla strada valle dei Gocchi, dalla quale prosegue, lungo il confine del territorio comunale di Zagarolo, dapprima in direzione nord-est, poi in direzione nord-ovest, quindi in località Corzanello, in direzione sud sino alla località Casella. Di tale località lascia il confine del comune di Zagarolo per discendere verso sud-ovest sulla via dell'Acquafelice sino al ponte di Pantano dove si raccorda con la via Casilina in direzione Roma sino ad incrociare il G.R.A. Le uve destinate alla produzione del vino a denominazione di origine controllata «Frascati», devono assicurare al vino un titolo alcolometrico volumico naturale minimo di 10,5% vol. Tuttavia, solo in annate eccezionalmente sfavorevoli, su autorizzazione del Ministero delle politiche agricole e forestali, sentito il parere tecnico dell'Assessorato all'agricoltura della Regione Lazio, tale titolo alcolometrico volumico naturale minimo potra' essere ridotto al 10%. Le uve destinate alla produzione della tipologia di vino «Frascati» superiore e «Frascati Cannellino» devono assicurare un titolo alcolometrico volumico naturale minimo di 11.0% vol e devono essere oggetto di denuncia separata. La zona di spumantizzazione comprende l'intero territorio della provincia di Roma. Le uve destinate alla produzione del tipo «Spumante» debbono assicurare al vino un titolo alcolometrico volumico minimo naturale di 10.0 % vol e devono essere oggetto di denuncia separata. Tali uve non potranno essere in alcun caso destinate alla produzione delle altre tipologie della denominazione di origine controllata «Frascati». Nella vinificazione sono ammesse soltanto le pratiche leali e costanti atte a conferire al vino le proprie caratteristiche. Art. 6. Il vino a denominazione di origine controllata «Frascati», all'atto dell'immissione al consumo, deve rispondere alle seguenti caratteristiche: colore: paglierino più o meno intenso; odore: vinoso, con profumo caratteristico delicato; sapore: sapido, morbido, fine, vellutato, secco, amabile o abboccato; titolo alcolometrico volumico totale minimo: 11.00% vol; acidità totale minima: 4,5 g/l; estratto non riduttore minimo: 15.0 g/l. Il vino «Frascati Superiore», all'atto dell'immissione al consumo deve rispondere alle seguenti caratteristiche: colore: paglierino più o meno intenso; odore: vinoso, con profumo caratteristico delicato; sapore: sapido, morbido, fine, vellutato, secco; titolo alcolometrico volumico totale minimo: 11,50%vol; acidità totale minima: 4,5 g/l; estratto non riduttore minimo: 15 g/l. Il vino «Frascati Cannellino» dovrà essere ottenuto da uve raccolte tardivamente e all'atto dell'immissione al consumo deve rispondere alle seguenti caratteristiche: colore: paglierino intenso con riflessi dorati; odore: caratteristico che ricorda la frutta matura; sapore: tipico, sapido, dolce; titolo alcolometrico volumico totale minimo: 12,50% vol; acidità totale minima: 4,5 g/l; estratto non riduttore minimo: 15,0 g/l. Il vino «Frascati Spumante» all'atto dell'immissione al consumo deve rispondere alle seguenti caratteristiche: spuma: fine e persistente; colore: paglierino chiaro, limpido; odore: fine, caratteristico; sapore: armonico; titolo alcolometrico volumico totale minimo: 11,50% vol; acidità totale minima: 5,5 g/l; vigenti di legge, debbono essere, anche per quanto riguarda l'abbigliamento, consone ai tradizionali carat estratto non riduttore minimo: 15 g/l. E' facoltà del Ministero delle politiche agricole e forestali - Comitato nazionale per la tutela e la valorizzazione delle denominazioni di origine e delle indicazioni geografiche tipiche dei vini, anche su proposta delle categorie interessate, di modificare con proprio decreto i limiti minimi relativi all'acidità totale e all'estratto non riduttore. Qualora nelle fasi di elaborazione e conservazione del vino a denominazione di origine controllata «Frascati», vengono utilizzati contenitori di legno, il vino medesimo può presentare lieve sentore (o percezione) di legno. Art. 7. Alla denominazione di origine controllata «Frascati» e' vietata l'aggiunta di qualsiasi qualificazione diversa da quelle previste nel presente disciplinare di produzione ivi compresi gli aggettivi «extra», «fine», «scelto», «selezionato», «riserva» e simili. Le qualificazioni «secco», «amabile», e «abboccato», sono obbligatorie per le tipologie tranquille. Sulle bottiglie ed altri recipienti contenenti il vino a denominazione di origine controllata «Frascati» può figurare l'annata di produzione delle uve. Tale indicazione e' tuttavia obbligatoria per la tipologia «Superiore». Art. 8. I contenitori, esclusivamente in vetro, in cui viene confezionato il vino a denominazione di origine controllata «Frascati» per la commercializzazione, debbono essere di capacità consentita dalle vigenti leggi e comunque compresi tra 187 cc e 1500 cc, chiuse con tappo di sughero e materiale inerte ammesso dalla normativa comunitaria e nazionale vigente. E' ammesso l'uso del tappo a vite esclusivamente per i recipienti di vetro di capacità compresa tra 187 cc e 250 cc. Non e' consentito l'imbottigliamento in recipienti di capacità superiore a 1500 cc. E' consentito l'uso del fiasco di paglia o similpaglia con capacità fino a 1500 cc, chiuso con tappo di sughero. In deroga a quanto sopra e' consentito, per un periodo di quattro anni, a far data dall'entrata in vigore del presente disciplinare, di condizionare il vino a denominazione di origine controllata «Frascati», con esclusione delle tipologie «Frascati Superiore», «Frascati Cannellino» e «Frascati» spumante, in recipienti di capacità compresa tra l 1,000 e l 2,000 chiusi con tappo a vite. Le bottiglie, conformi alle norme teri di un vino di pregio. In una regione come la nostra, il Lazio il turismo enogastronomico è ancora poco praticato e consolidato……basti pensare che il 75% del PIL viene assorbito da Roma, il resto dalle quattro province, quindi impariamo da chi ha iniziato prima……… Intanto un buon Frascati oggi in abbinamento alla Cucina Romana e domani vedremo…. Giovanni Amati

"qahwa" (قهوة)

Il caffè… enorme piacere…ma poco conosciuto!!!! Dalla drupa, al chicco tostato, all’espresso……. La parola araba "qahwa" (قهوة), in origine, identificava una bevanda prodotta dal succo estratto da alcuni semi che veniva consumata come liquido rosso scuro, il quale, bevuto, provocava effetti eccitanti e stimolanti, tanto da essere utilizzato anche in qualità di medicinale. Dal termine "qahwa" si passò alla parola turca "qahvè" attraverso un progressivo restringimento di significato, parola tradotta in italiano con "caffè". Questa derivazione è contestata da quanti sostengono che il termine caffè derivi dal nome della regione in cui questa pianta cresceva spontaneamente, ossia "Caffa" in Etiopia. Fino al XIX secolo non era certo quale fosse il luogo di origine della pianta del caffè e, oltre all'Etiopia, si ipotizzava la Persia e lo Yemen. Pellegrino Artusi, nel suo celebre manuale, sostiene che il miglior caffè sia quello di Mocha (città nello Yemen), e che questo sarebbe l'indizio per individuarne il luogo d'origine. Esistono molte leggende sull'origine del caffè. La più conosciuta dice che un pastore chiamato Kaldi portava a pascolare le capre in Etiopia. Un giorno queste incontrando una pianta di caffè cominciarono a mangiare le bacche e a masticare le foglie. Arrivata la notte le capre anziché dormire si misero a vagabondare con energia e vivacità mai espressa fino ad allora. Vedendo questo il pastore ne individuò la ragione e abbrustolì i semi della pianta mangiati dal suo gregge, li macinò e, dopo averne fatta un'infusione, scoprì il caffè. Le capacità eccitanti della bevanda furono presto sfruttate in ambito religioso per le veglie notturne e la bevanda fu grandemente apprezzata dai mistici sufi. Il primo a descrivere il caffè, in un libro pubblicato nel 1583, fu il botanico tedesco Léonard Rauwolf. Venezia per i suoi rapporti commerciali in Vicino Oriente fu la prima a far uso del caffè in Italia, forse fin dal XVI secolo; ma le prime botteghe da caffè furono aperte solo nel 1645 ed il medico e letterato Francesco Redi nel suo Bacco in Toscana cantava: Sempre nel XVII secolo, a Londra ed a Parigi una libbra di caffè veniva pagata fino a 40 scudi. L'uso si andò poi via via generalizzando per crescere fino all'immenso consumo che se ne fa tuttora. Verso il 1650, cominciò ad essere importato e consumato in Inghilterra e si aprirono di conseguenza i primi caffè (intesi come circoli e bar), come ad esempio quelli di Oxford e di Londra. I caffè divennero presto luoghi di nascita e diffusione di idee liberali, e furono frequentati da letterati, politici e filosofi. Nel 1670 aprì il primo caffè a Berlino e nel 1686 a Parigi. Nel 1684 Franciszek Jerzy Kulczycki, soldato delle truppe polacche del re Jan III Sobieski, dopo la liberazione di Vienna, aprì in questa città la prima Bottega del caffè, fra le prime in Europa. Nel '700 ogni città d'Europa possedeva almeno un caffè. Il caffè iniziò ad essere coltivato in larga scala nelle colonie inglesi e in quelle olandesi (in Indonesia). La prima piantagione in Brasile risulta essere nel 1727, ma l'industria dipendeva esclusivamente dalla pratica della schiavitù, abolita solo, peraltro formalmente, nel 1888. Pellegrino Artusi dava anche alcuni consigli per effettuare una tostatura artigianale (ovvero "fatta in casa") dei chicchi di caffè. Dopo aver raccomandato la massima attenzione, in quanto da questa dipende la buona riuscita della bevanda, il primo consiglio è quello di usare legna anziché carbone, per regolare meglio il calore. Quando il caffè comincia a crepitare e far fumo, va scosso spesso il tostino mentre si deve aver cura di levarlo appena ha preso il colore castano-bruno e prima che emetta l'olio (a Firenze, in tempi antichi, per arrestarne subito la combustione lo si distendeva all'aria aperta); pessima sarebbe invece l'usanza di chiuderlo fra due piatti, perché in questo modo potrebbe appunto diffondere l'olio essenziale, con susseguente perdita dell'aroma (va detto che il caffè perde nella tostatura il 20 per cento del suo peso, cosicché di 500 g ne rimangono circa 400). Secondo Artusi, così come diverse qualità di carne fanno il brodo migliore, così da diverse qualità di caffè, tostate separatamente, si ottiene un aroma più grato. Per Artusi, la miscela ideale dovrebbe essere composta da 250 g di Porto Rico, 100 di Santo Domingo e 150 di Moka. Anche 300 g di Portorico con 200 di moka darebbero un ottimo risultato. Con 15 g di questa polvere si può fare una tazza di caffè abbondante; ma quando si è in parecchi, possono bastare 10 g a testa per una piccola tazza usuale. Il caffè più pregiato del mondo, il "Kopi Luwac", si produce in Indonesia. La produzione è dell'ordine dei 50 kg l'anno, e costa all'incirca 500€ al kg. La particolarità del Kopi Luwac risiede nel fatto che si tratta di chicchi di caffè mangiati e digeriti dal furetto delle palme (luwac), raccolti poi a mano e tostati normalmente. Artusi consigliava di tostarne poco per volta e conservarlo in vaso di metallo ben chiuso, macinando via via quel tanto che necessita, perché perde facilmente il profumo. Una permanenza di 2 o 3 settimane a temperatura ambiente e a contatto dell'aria dei chicchi, è sufficiente per alterare fortemente il gusto della bevanda, dovuto al processo di irrancidimento dell'olio contenuto, e nel caso dell'espresso, la quasi assenza in tazzina, della crema in superficie. A coloro ai quali l'uso del caffè provoca troppo eccitamento - può provocare in soggetti predisposti episodi di tachicardia sinusale, quindi cardiopalmo, oppure insonnia - viene consigliato di astenersene o di usarlo con moderazione; l'effetto potrebbe anche essere corretto mescolandovi un po' di cicoria oppure orzo tostato. L'uso costante potrebbe neutralizzare gli effetti negativi del caffè su molte persone, ma potrebbe anche nuocere, essendovi dei temperamenti tanto eccitabili da non essere correggibili. Pellegrino Artusi sosteneva che l'uso del caffè dovesse essere proibito ai più giovani. Secondo una diceria ottocentesca, il caffè eserciterebbe un'azione meno eccitante nei luoghi umidi e paludosi e si riteneva che questa fosse la ragione per cui i paesi in cui se ne fa maggior consumo in Europa sono il Belgio e l'Olanda. In Medio Oriente, ove si usa di ridurlo in polvere finissima e farlo all'antica per berlo ancora torbido, il bricco, nelle case private, è sempre sul fuoco. Secondo il medico Paolo Mantegazza, patologo ed igienista, il caffè - contrariamente a quello che comunemente si pensa - non favorisce in alcun modo la digestione; tuttavia può essere fatta una distinzione: il criterio può essere riferito a coloro ai quali il caffè non provoca eccitazione particolare, mentre per coloro sensibili alla bevanda, può portare la sua azione anche sul nervo pneumogastrico; ed è un dato di fatto innegabile che possano digerire meglio (e l'uso invalso di prendere una tazza di buon caffè dopo un lauto pranzo ne è una testimonianza, neppure troppo indiretta). Preso alla mattina a digiuno pare che il caffè sbarazzi lo stomaco dai residui di una imperfetta digestione e lo predisponga ad una colazione più appetitosa; va precisato ad ogni modo che una tazzina di caffè, cioè 10 cl di caffè, e un cucchiaino di zucchero, apportano all'organismo solo 45 calorie in totale, contro le 400 indicativamente raccomandate dai dietologi per una colazione bilanciata, una che cioè fornisca il 20% delle calorie consumate nelle 24 ore successive: è fortemente sbagliato, pertanto, sostituire la colazione con una semplice tazzina di caffè, aggiungendo a ciò che, contrariamente al pensiero comune, trascurare la colazione espone gravemente all'obesità gli individui predisposti ad ingrassare. Resta inoltre valida la raccomandazione della Food and Drug Adminstration di “evitare se possibile i cibi, le bevande e i medicinali che contengono caffeina, o comunque consumarli solo raramente”. Molti ricercatori sconsigliano il caffè decaffeinato, cioè quello contenente meno del 0.1% di caffeina, rimarcando l'uso di solvente tossico per eliminare la caffeina, del quale rimarrebbero tracce, che tuttavia per legge dovrebbero non essere sopra una soglia minima, comunque considerata dai medesimi detrattori troppo alta (es. etilmetilchetone: 20 mg/kg; se subisce reazioni di condensazione, forma dei veleni). In realtà molte aziende utilizzano dei metodi di produzione del decaffeinato che non necessitano di alcun solvente realmente tossico, e che quindi si possono considerare sicuri. Prima di mettersi in viaggio il caffè non è consigliato, se non dopo aver mangiato. Infatti è uno stimolante e facilita l'attenzione, ma favorisce anche un'ipersecrezione gastrica fastidiosa, soprattutto a stomaco vuoto. Il caffè mescolato al latte bollente (il famoso cappuccino) ha la proprietà di bloccare l'appetito ed è comunemente pensato essere un sostitutivo del pranzo anche se impropriamente. Questo perché, con la temperatura, l'acido tannico del caffè si combina con la caseina del latte, dando luogo al tannato di caseina, composto difficile da digerire. Giovanni Amati


CESANESE PER CHI NON LO CONOSCE!!!!!!!!!!

Mentre il Cesanese in questi giorni è frutto del riconoscimento quasi definitivo a vino DOCG, unico della regione Lazio, ieri sera, 14 marzo, presso l’Enoteca Regionale di via Frattina è stato presentato dopo una degustazione dell’annata 2005 il Consorzio di Tutela e le attività della Strada dei Vini del Cesanese, interazione tra produttore e consumatore….ricchezza per un territorio troppe volte lasciato in balìa dell’improvvisazione……. Intanto una piccola storia…..mentre nascono tanti piccoli produttori ed appassionati riscoprendo le coltivazioni di famiglia o dei nonni…….con qualità e dignità di produzione! Il CESANESE: Il "Cesanese" e' un vitigno rosso tra i piu' importanti del Lazio che da' il nome al vino omonimo; fino a circa sessanta anni fa, il territorio di coltura di questo vitigno era molto esteso nella regione, soprattuto nell'area dei castelli romani. Il Cesanese da' origine ad un vino rosso rubino, alcolico, con profumo caratteristico e tipico che ricorda l'ambiente di orgine: vellutato, alquanto tannico, morbido e pastoso, sopporta bene un moderato invecchiamento in botte di rovere acquisendo notevole pregio. Sia al profumo che al sapore si avverte una delicatissima e complessa nota di bosco che gli esperti individuano agevolmente come di mora e mirtillo. Il vino Cesanese puo' essere ottenuto dolce; in tal caso e' un ottimo vino da dessert, ma anche da pasto (soprattutto se accoppiato a piatti agresti) in versione tranquilla, vivace, frizzante e spumante. Il Cesanese dolce vede fortemente accentuate le sue qualita' organolettiche, purche' sia consumato entro la primavera successiva alla sua produzione. DISCIPLINARE DI PRODUZIONE: La denominazione di origine controllata "Cesanese del Piglio" o piu' semplicemente " Piglio " e' riservata al vino rosso che risponde alle condizioni ed ai requisiti stabili nel disciplinare di produzione. Il vino " Cesanese del Piglio " deve essere ottenuto dalle uve provenienti dai vitigni Cesanese di Affile e/o Cesanese comune. Possono concorrere alla produzione del vino da sole o congiuntamente le uve provenienti da altri vitigni: Sangiovese, Montepulciano, Barbera, Trebbiano Toscano (Passerina), Bombino Bianco (Ottonese) presenti nei vigneti, fino ad un massimo complessivo del 10%. Le operazioni di vinificazione devono essere effettuate nell' intero territorio dei comuni di Arcinazzo Romano, Affile, Roiate, Olevano Romano, Genazzano in provincia di Roma, e di Serrone del frusinate, Piglio, Paliano, Acuto e Anagni, in provincia di Frosinone. Le uve destinate alla vinificazione devono assicurare al vino " Cesanese del Piglio " una gradazione alcolica complessiva minima naturale di 11.50. Nella vinificazione sono ammesse soltanto le pratiche enologiche leali e costanti, tradizionali della zona, atte a conferire al vino le peculiari caratteristiche. Il vino " Cesanese del Piglio " , all'atto dell'imissione al consumo deve rispondere alle seguenti caratteristiche:  COLORE: Rosso rubino, tendente al granato con l'invecchiamento.  ODORE: Delicato, caratteristico del vitigno di base.  SAPORE: morbido, leggermente amarognolo. "secco" ed "asciutto" nei tipi aventi un contenuto massimo in zuccheri residui dell' 1%, "amabile" nei tipi con contenuto in zuccheri residui compresi tra l' 1,1% ed il 3,5%, "dolce" nei tipi con contenuto in zuccheri residui superiore al 3,5% ed una gradazione alcolica minima svolta non inferiore a gradi 10;  GRADAZIONE ALCOLICA MINIMA COMPLESSIVA: 12°;  ACIDITA' TOTALE MINIMA: 5,5 per mille;  ESTRATTO SECCO NETTO MINIMO: 22 per mille. La qualificazione " secco " , " asciutto " , " amabile " e " dolce " sono consentite per il vino " Cesanese del Piglio " che presenta le rispetitve caratteristiche sopra citate. La denominazione di origine controllata " Cesanese del Piglio " puo' essere utilizzata pre designare i vini spumante naturale e frizzante naturale ottenuti con mosti o vini che rispondono alle condizioni previste dal disciplinare, seguendo le vigenti norme legislative, a condizione che le operazioni di elaborazione dei mosti o vini per la produzione dello spumante siano effettuate in stabilimenti siti nell'ambito territoriale delle province di Roma e Frosinone. E' vietata l'aggiunta di qualsiasi qualificazione diversa da quelle previste nel disciplinare, ivi compresi gli aggettivi: " superiore ", " extra " , " fine " " scelto " , " selezionato " e simili. E' tuttavia consentito l'uso di indicazioni che facciano riferimento a nomi, ragioni sociali, marchi privati non aventi significato laudativo e non, idonei a trarre in inganno l'acquirente. E' consentito altresi' l'uso di indicazioni geografiche e toponomastiche che facciano riferimento a comuni, frazioni, aree, fattorie, zone e localita' comprese nella zona delimitata e dalle quali effettivamente provengono le uve da cui il vino cosi' qualificato e' stato ottenuto. Giovanni Amati


E'NATA UNA STELLA (ENOLOGICA)

Breve introduzione di Leonello BOCCI.... PUBBLICO CON IMMENSO PIACERE QUESTA NUOVA FATICA DEL MIO AMICO GIOVANNI AMATI DI LUI IN QUESTO SITO AVRETE AVUTO MODO, DI LEGGERE DIVERSI ED INTERESSANTI ARTICOLI. PER I POCHI CHE NON LO CONOSCONO SUGGERISCO DI LEGGERE NELLA SEZIONE CHI SIAMO, UNA ESAUDENTE PRESENTAZIONE DEL PROF……………………………………………………..CARO GIOVANNI CHE TI DEVO DIRE,CONOSCENDO ED APPREZZANDO LA SERIETA’, PASSIONE E COMPETENZA CHE METTI NEL TUO LAVORO MI VIENE IN MENTE UNA SOLA FRASE……..COMUNQUE VADA SARA’ UN SUCCESSO…………… UN GRANDE IN BOCCA AL LUPO A TE E FRANCESCO GAMBINI…………..Leonello BOCCI--------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- Nasce Moss 2007 ed il Petit Verdot! Un Benvenuto a La Rasenna!!!!!!!! Dall’intuizione di due persone, appassionate e competenti, Francesco Gambini, enologo e creatore delle due etichette, e Giovanni Amati, Gourmet Sommelier da anni legato alla promozione di Vini del Lazio nasce l’Azienda La Rasenna, a Santa Severa , lungo il litorale nord tra Roma e Civitavecchia, con la voglia di fare del Lazio e da due vitigni, il Moscato d’Alessandria, con il Vino Moss 2007 ( 5,00 € franco cantina ) vinificato secco, bello, grasso, vegetale, come se fosse un ricco Sauvignon friulano, deciso ed elegante, da abbinare sia come aperitivo o tutto pasto con pesce e carni bianche ed il suadente Petit Verdot 2007, ( 6,60 € franco cantina ) pronto alla fine di aprile, decisamente, come descritto sotto, il rosso da tutto pasto…… Una bella sorpresa……. Petite Verdot: Questo vino è ottenuto essenzialmente da uve di Petit Verdot. Il vitigno proviene dal Bordeaux, dove viene utilizzato da sempre come componente minore dell’assemblaggio tradizionale di Merlot e Cabernet-Sauvignon. Il Petit Verdot è una varietà tardiva che solo in climi caldi raggiunge la piena maturazione e da ciò deriva probabilmente il suo nome Verdot. Ama il mare…..e proprio da santa Severa il vitigno si esprime alle nostre condizioni pedoclimatiche, che permettono di raggiungere costantemente la piena maturazione delle uve e che consentono dunque di proporlo in purezza (come eccezione a livello mondiale), elevandolo così dalla condizione di “minore” al rango di “maggiore assoluto”. Questo sorprendente risultato è anche dovuto all’impiego di un raffinato ed innovativo metodo di vinificazione che riesce ad esaltare i profumi ottenuti dalle proprietà aromatiche delle uve ed a scindere i tannini più morbidi e vellutati, dove il nuovo vino permane un periodo di maturazione con successivo affinamento in bottiglia. Vinificazione in rosso così suddivisa: in parte con cappello sommerso (tannini più dolci) e in parte con follatore per ottenere una buona estrazione del colore. Macerazione: sulle bucce per circa 15-20 giorni sommergendo il cappello e per ulteriori 2 giorni con “delestage”. Fermentazione primaria (o tumultuosa) a temperatura controllata a 28-30 gradi C.. Dopo la pressatura, completo esaurimento della fermentazione malolattica. In tal modo si ottengono subito vini microbiologicamente stabili che si prestano all’affinamento in bottiglia per oltre sette mesi Abbinamento, con tutta la cucina laziale, dalle paste rosse alle carni, per non sdegnare poi un calice da solo, magari in compagnia di amici….la migliore compagnia, quella degli appassionati ed intenditori!!!! A settembre pronto il Cabernet Franc 2007, vino ora in affinamento in tonneaux, sino a giugno, quindi per l’inverno prossimo carni rosse e vini rossi! Complimenti, continuiamo così, e che non si venga a dire di un Lazio solo da vini sfusi o di poca struttura!!!!!! Cin Cin!---- aziendalarasenna@alice.it---- PROF.GIOVANI AMATI




ENO-SODDISFAZIONI

16/04/2008 - XX “MIGLIOR SOMMELIER JUNIOR D’ITALIA”…QUANDO L’ALUNNO SEGUE IL MAESTRO……. Abano Terme (Padova). Podio tutto al femminile nella categoria Under e primo e secondo posto per il sesso debole in quella Over. Nella ventesima edizione del concorso organizzato dall’Ais (Associazione italiana sommelier) per il “Miglior Sommelier Junior d’Italia”, il vino si è tinto di rosa. Giovedì 10 e venerdì 11 aprile si sono dati appuntamento al Gran Caffè delle Terme i 21 finalisti emersi dalle selezioni di tutti Italia suddivisi in due categorie, Under (meno di 18 anni) e Over (tra i 18 e i 21). Nella categoria Over si è imposta Beatrice Di Giulio dell’Ipssar di Sant’Elpidio al Mare (Ascoli Piceno), davanti a Gloria Mainetti dell’Ipssar di Chiavenna (Sondrio) ed a Luca Caianiello, di Latina, alunno del Prof. Giovanni Amati dell’Ipssar di Fiuggi (Frosinone).Nella categoria Under ha trionfato Sara Lazzeri dell’Ipssar di Bormio (Sondrio), davanti a Stefania De Angelis dell’Ipssar di Forlimpopoli (Forlì-Cesena). Terza Martina Bonella del Ippsar di Arona (Novara). Il concorsoDopo Abruzzo e Friuli Venezia Giulia, è stato il Veneto a ospitare il concorso per il “Miglior Sommelier Junior d’Italia”. Una manifestazione ottimamente organizzata dall’Ais Veneto del Presidente Dino Marchi e dalla delegazione di Padova di Bruno Maniero. Il lavoro dei sommelier non sarebbe però bastato senza il sostegno di Giorgio Polegatto, di Astoria Vini, sponsor dell’evento, degli Albergatori di Montegrotto – Abano Terme, della Mappa Ricevimenti, dell’Ipssar di Abano Terme, del Comune di Abano Terme e dell’Associazione Ristorantori (nessun refuso...) di Padova.Il concorso, aperto a tutti gli studenti degli Istituti Professionali di Stato per i Servizi Alberghieri e della Ristorazione (I.P.P.S.A.R.), era diviso in due categorie, quella Under e quella Over.All’Under avevano accesso gli studenti minori di 18 anni iscritti al triennio di qualifica per operatori ai servizi di sala-bar. Nell’Over hanno gareggiato gli studenti del biennio di età compresa tra i 18 e i 21 anni iscritti al biennio di post-qualifica in sommellerie o a corsi analoghi.La cronacaVenerdì mattina i giovani candidati hanno iniziato il concorso con le prove scritte teoriche e i questionari con domande sul mondo del vino (enologia, disciplinari, tecniche di servizio, etc.), seguite dalla prova di degustazione per gli Over e di selezione dei bicchieri per gli Under. Terminate le prove della mattina, a pranzo i concorrenti si sono trasferiti all’Ippsar di Abano Terme, dove Bruno Maniero, anima organizzativa del concorso (Ais Padova), aveva allestito per l’occasione la sala di un grande ristorante. Nell’Istituto alberghiero, i giovani hanno gestito diversi tavoli dove sedevano gli esaminatori.Alla prova finale del pomeriggio sono arrivati solo i migliori sei per ogni categoria. Davanti a una sala gremita di sommelier, docenti e colleghi, gli Over hanno dovuto eseguire decantazione e servizio di un grande vino rosso e corretto una carta dei vini “imperfetta.” Gli Under hanno invece stappato e servito uno spumante e affrontato un menù al quale consigliare i migliori vini in abbinamento. Il livello dei partecipanti ha costretto i giudici agli straordinari e a quasi due ore di discussioni e conteggi. In giuria sedevano per l’occasione il presidente Lorenzo Giuliani della Commissione concorsi, Giorgio Polegato, sponsor dell’edizione e patron di Astoria vini, Dino Marchi, presidente dell’Ais Veneto, Dante Brancaleoni delegato di Rovigo e Daniele Urso di “DeVinis”, la rivista dell’Ais. Nella categoria Under (tutte donne le finaliste) la vittoria Sara Lazzeri sulle preparate Stefania De Angelis e Martina Bonella è stata di stretta misura. Ancora più incerta la gara Over, dove Andrea Garon (Ipssar Abano Terme) sembrava in vantaggio fino all’ultima prova, quando un grave errore ha rovinato una prova di servizio fino ad allora perfetta. Eliminato il pericoloso avversario, ad approfittarne con freddezza è stata Beatrice Di Giulio, che ha dimostrato un controllo sicuramente superiore alla sua età. Dietro di lei è arrivata Gloria Mainetti, che ha superato Luca Caianiello, unico esponente dell’orgoglio maschile.La premiazione del concorso si è tenuta al Gran Caffè delle Terme durante la cena di gala. A consegnare l’ambito trofeo ai vincitori è stato Giorgio Polegato, i cui vini Astoria hanno accompagnato la serata, accompagnato da Dino Marchi e Lorenzo Giuliani. Ai primi tre classificati di ogni categoria, oltre che un gradito omaggio di Astoria Vini, sono andate delle borse di studio per seguire i Corsi di Qualificazione Professionale organizzati dall’Ais in tutta Italia. La borsa del primo classificato coprirà i costi di tutti e tre i livelli del corso fino alla “Tecnica di abbinamento cbo-vino”. Il secondo classificato, potrà seguire gratuitamente il primo e il secondo livello (“Tecnica di degustazione ed enografia nazionale ed internazionale”). Il terzo avrà la possibilità di frequentare il primo livello sulla “Formazione del sommelier, le tecniche di servizio e la degustazione”.Congratulazioni Luca….e che questo sia uno dei Tanti Premi!!!!!!Giovanni Amati




UN SICILIANO A JEDDAH

Made in Arabia By Afifa Jabeen Quraishi BEFORE you dig into that plate of succulent pasta thinking of it as ‘real’ Italian food, you might want to have another look at what history says about the origins of this quintessential Italian staple. Though the credit is often given to the Venetian merchant Marco Polo for bringing home pasta from his journeys to China in the 13th century, it is in fact, the Arab Muslims - who ruled Sicily 300 years before Marco Polo was even born - that introduced foods that would later on go on to become integral parts of the Italian cuisine. This astonishing revelation was made by Sergio Grasso, a visiting food anthropologist and food writer from Venice, who brought the facts ‘home’- quite literally. Speaking on a range of topics like ‘The Arabic roots of pasta’, ‘Mediterranean diet, health and sustainability’, and ‘Arabic influence on the Italian cuisine’, Grasso was a guest speaker at “The Mediterranean – A journey through the history of Italian food”, a 5-day festival that ran from June 1-5 at the Il Villagio Restaurants and Lounges in Jeddah. “About 30 percent of Italian food has Arabic origins. Moreover, it is believed that frying is a Chinese technique, but in reality, the technique was transferred to China by the Arabs when they conquered it,” remarked Grasso. Elaborating on the Arabian-Italian link, he added: “During their reign, the Arabs brought in many foods, such as, pasta, rice, lemon, spices, sugarcane, artichokes, the Italian names of most of which have Arabic derivatives. For example, the Italian word for artichoke derives from the Arabic Al-Kharshuf. The eggplant, believed to be originally from India, was introduced to Italy via Spain by the Muslims.” Considered to be the most important Arabic import, pasta is now widely accepted to have been an Arab invention. “The Arabs carried pasta as a dry staple during their conquests of Sicily. An Arab geographer, Al-Idrissi, wrote that a flour-based product in the shape of strings was produced in Palermo, then an Arab colony,” said Grasso, who is in Jeddah for the first time. According to Mahmoud M. Al-Maeena, co-founder and husband of the restaurant’s founder Nashwah A. H. Taher, members of the Al-Idrissi family are presently still living in the Kingdom. A visiting chef from Siciliy, Gian Maria Le Mura - who is also a lecturer at Catania University, Italy - also spoke during the food festival and said he is launching in July a ‘wireless restaurant’ in Italy, which is the first in Italy and the second in Europe, and that he hopes to launch similar restaurants in the Kingdom as well. “In a wireless restaurant, you will have tables equipped with monitors that will let you choose ingredients for your dish, look at the chefs working in the kitchen, and understand the whole process of serving and being served,” said Le Mura. Calling Saudi Arabia the ‘father of most Italian cuisine’, he added that he also intends to introduce ‘real Mediterranean diet here that is healthy as there is no tradition of diets in the Kingdom.’ He said the Arabs also brought with them a sweet tooth to Italy. “Cassata, the most famous traditional sweet from the province of Palermo, Sicily, comes from Arabic ‘qashatah’ (in Latin, caseata means anything made of cheese). Moreover, Marzipan, another Italian confectionary made with almonds, sugar and egg yolk, comes from the Arabic word martaban meaning a closed box to keep riches,” said chef Le Mura, adding that gradually the food was ‘contaminated by Italian culture.’ The festival was organized with the support of the Italian Consulate in Jeddah, and also celebrated the Italian Republic Day on June 2. Describing it as a ‘very good event’, Adriana Maria Santacesaria, the Italian Consul General, said: “This is an evidence of the excellent tradition shared between Saudi Arabia and Italy. Such events are not only gastronomic events, but signify exchange of good relations, friendships, identities and ideas.” He expressed hope that initiatives like these take place in the future as well “in order to develop cordial relations”. Commenting on Arab cuisine, Grasso said the cuisine “sadly is not very diverse and regional. Unlike the many identities that Italian food has, Saudi Arabian food is identical as many years ago the people of this country were united under the Prophet (peace be upon him) and the Holy Qur’an, thus their cuisine also has a singular identity.” Asked what cuisine is the guest chef’s most preferred choice, Le Mura said he doesn’t have any favorites and that what is more important for him is to unite people through food. And now for some indulgence. Here is chef Le Mura’s signature recipe that he provided exclusively to Saudi Gazette: Forsette veli cake (Cake seven veils): Lemon sponge cake • 120g butter • 100g icing sugar • 120g egg yolks • 140g lemon juice • 280g egg white • 120g sugar • 20g of rice flour Cream butter with sugar. Incorporate the yolks one at a time, and add the lemon extract. Add sifted rice flour. Mount the eggs with the icing sugar to combine with the first mixture. Bake in the oven at 170 ° C for about 20 minutes. Disc of the corn-blown praline • 60g white chocolate • 60g milk chocolate • 20g butter • 30g almond paste • 70g corn flour Temper the chocolate and butter in Aggiungi cream, almond paste and the corn-blown glaze. Mix well and shape two discs. Cook on the stove. – SG

TOCCAMISU' O TOCCAMI-SU erotismo culinario

Il Dessert che darà nel suo locale nuovo, il dessert che sarà il lancio di Massima nel suo ambiente nuovo. Nel rispetto del gusto verrà camiata la forma del dolce come anche ritoccato il nome dato che non esisteva. Toccamisù, non ovunque ma nel suo locale a Giarre. Maidireristorante.net presto aprirà la location. .....Maidireristorante S.R.L Di GianMaria & C. GianMaria Le Mura Via Mongibello 16 95018 Riposto (CT) cell :339 4323020 Tel e fax casa : 0957793598 GianMaria Le Mura

ANTONIO LIGABUE............

ANTONIO LIGABUE....ZURIGO 1899..GUALTIERI (RE) 1965...........Dopo Antonio Ligabue pittore e' venuto il momento di fare la conoscenza di Antonio Ligabue scultore:una conoscenza che arriva dunque con un ritardo notevole sulla pittura.Le ragioni di questi tempi disuguali sono ancora diverse.Intanto quella che pare implicita alla scultura stessa,che ancora oggi resta un'arte meno "seducente",piu'severa e difficile.Poi,nel caso delle sculture,la loro rarita' e fragilita',fa si che la produzione delle sculture sia assai ridotta. L'estrema elementarita'con cui egli procedeva a modellare le sue sculture consisteva nel mettere in bocca la terra,la masticava,l'insalivava,per renderla omogenea,quindi a mano a mano portava avanti l'esecuzione.Non penso' mai di garantirne la solidita'con una struttura interna,con un'armatura che ne sorreggesse l'insieme.Solo eccezzionalmente sembra che egli,di persona,ne desse qualcuna ad una fornace per farla cuocere.La terra del Po,se bene pressata ed amalgamata,tiene,ha compattezza,ma basta poco a romperla e sbriciolarla.Questi sono i motivi per cui,anche se Ligabue ne ha eseguite parecchie di piu' a noi,di quelle sculture ne sono giunte ben poche.Molte in varie maniere sono andate distrutte.La scultura in terracotta raffigurante il cavallo e' del 1975 "IL BROCCO" L'artista l'ha realizzata plasmando la terra degl argini del Po.I soggetti sono gli stessi della pittura,Ligabue amava raffigurare animali sevaggi,soprattutto tigri e leopardi e leoni che per lui rappresentavano la fuga dalla realta'verso un mondo fantastico e ignoto;oppure animali domestici,anch'essi rappresentati in atteggiamenti ostili e minacciosi o sofferenti,come in questo caso in cui il soggetto e' un cavallo scarno e affaticato................Federico Mussini…..federico.mussini@katamail.com

LA CERTEZZA DELLA PENA

Nessuno, credo, ha mai sentito parlare di Giovanni Battista Bugatti (Senigallia 1779-1869). Ma il suo soprannome, mastro Titta, è in grado di richiamare alla memoria il famoso boia pontificio, se non altro per il ruolo assegnatogli nella famosa commedia musicale “Rugantino”. Il Bugatti, nella sua lunghissima carriera - durata dal 1796 al 1864 - ebbe modo di svolgere il suo incarico anche a Gubbio dove eseguì quattro condanne a morte in tre esecuzioni avvenute nel 1803, nel 1807 e nel 1817. Il 2 maggio 1803 fu impiccato un certo Angelo Rossi di Spoleto, “sbirro”, di 27 anni, anche se il parroco del Duomo, che ci ha lasciato una breve cronaca dell’avvenimento, specifica che quello non era il suo vero nome. Nel primo pomeriggio il Rossi fu portato dalle carceri di piazza Grande alla forca, posta nella piazza del Mercato, di fronte ai “granari dello Spedale Grande”. Lì, ricevuta la benedizione papale da mons. Ottavio Angelelli, vescovo di Gubbio, il reo “fu impiccato circa le ore 15 e morì con cristiana ed edificante rassegnazione”. Il cadavere rimase esposto per circa sette ore, fino a quando la confraternita dei Neri lo depose e lo portò alla chiesa di S. Paolo - oggi demolita, che era ubicata lungo via della Piaggiola e rappresentava il luogo di sepoltura dei condannati a morte. La seconda visita eugubina di mastro Titta si verificò il 6 luglio 1807 per giustiziare Giuseppe Brunelli e Agostino Paoletti che due anni prima avevano assassinato - per motivo passionale - Pietro Paolucci. I due eugubini furono impiccati uno accanto all’altro. Una cronaca narra in dettaglio la vicenda e le ultime ore dei due condannati i quali ebbero l’assistenza del vescovo mons. Angelelli e la sepoltura anch'essi nella chiesa di S. Paolo. Mastro Titta fece la terza e ultima gita eugubina il 28 agosto 1817 per eseguire la condanna di Antonio Casagrande, detto Ciaccio, che sette mesi prima aveva consumato un orrendo delitto a Valdichiascio. A causa della tremenda carestia che aveva colpito molte zone d’Europa - Italia compresa - la fame mieteva quotidianamente vittime. I furti erano all’ordine del giorno. In uno di questi il Casagrande, vistosi scoperto da tre bambini, non esitò a gettarli in un pozzo. Condannato a morte “fu portato al patibolo che era posto nella piazza del mercato [...] e verso le 17 e mezzo gli fu troncato il capo con la guillottina venuta da Ancona [...]. Gli furono quindi dal carnefice tagliate braccia e piedi ed appese al patibolo. La testa poi fu collocata dallo stesso ministro di Giustizia sulla torre della Porta Marmorea [...] e sotto vi fu posta una lapide colla seguente iscrizione: Antonio Casagrande / Condannato alla morte qualificata / Lì XXVIII Agosto MDCCCXVII / Per omicidio / di tre fanciulli seguito nel Circondario / di Gubbio / con prodizione e latrocinio”. I suoi resti furono portati al civico cimitero e sepolti in “luogo distinto”. Il materiale da cui ho sintetizzato queste notizie è in realtà molto più articolato e in alcuni casi contiene il dettaglio dell’esecuzione della sentenza. Esiste anche un specie di cerimoniale scritto che la Confraternita dei Neri, la quale aveva per statuto lo scopo di assistere i condannati a morte e procedere alla loro sepoltura, doveva seguire in quelle lugubri giornate. Anzi, la cronaca di don Ubaldo Rogari, parroco della Cattedrale, relativa alla duplice impiccagione del 1807, contiene tanti e tali dettagli che se ne potrebbe ricavare tranquillamente la sceneggiatura di un film. Dopo aver rintracciato questa documentazione - in parte nota da tempo - non ho potuto fare a meno di domandarmi chi fosse stato l’ultimo eugubino condannato a morte. Dalle ricerche eseguite è emerso quanto segue. Premetto, naturalmente, che nella valutazione del fatto vanno esclusi i periodi bellici e considerati solo i reati “comuni”. Il Casagrande (Ciaccio) fu l’ultimo eugubino ad essere condannato a morte con sentenza eseguita in Gubbio. Per quanto riguarda invece eugubini giustiziati fuori Gubbio ho trovato notizia di due di essi. Il primo, Giovanni Vagnarelli, fu ghigliottinato l’8 marzo 1845 a Roma in via dei Cerchi: boia fu l’inossidabile mastro Titta. L'eugubino aveva assassinato L’anno precedente una certa Anna Kotia, pellegrina proveniente dalla Baviera. Il Vagnarelli si era trasferito da Gubbio a Ronciglione (VT) e proprio in quella località fu stilato il processo. L’episodio ebbe anche un risvolto - diciamo così - economico in quanto gli ufficiali incaricati della compilazione del processo si erano dovuti recare a Ronciglione e lì trascorrere alcuni giorni nella locanda di un certo Bissi. Questo Bissi aveva scritto al gonfaloniere di Ronciglione per chiedere il rimborso di sc. 10,50 quale spesa del vitto e dell'alloggio somministrati ai processanti. Il comune di Ronciglione, a sua volta, si era rivalso su quello di Gubbio, luogo di origine del Vagnarelli. Una volta appurato che il reo “non avea domicilio fisso in Ronciglione”, spettò “al luogo di nascita” il pagamento della predetta somma di sc. 10,50. Il comune di Gubbio pagò tale somma il 13 aprile 1847. Da notare che all’esecuzione del Vagnareli fu presente nientemeno che Charles Dickens, lo scrittore inglese autore de: Il circolo Pickwick, Oliver Twist, David Copperfield. Nella sua pubblicazione "Lettera dall’Italia", Dickens ricorda l’esecuzione con un lungo paragrafo. Eccone una sintesi: “(...) Un sabato mattina (l'otto marzo), qui un uomo venne decapitato. Nove o dieci mesi prima, aveva rapinato per strada una contessa bavarese diretta in pellegrinaggio a Roma - da sola e a piedi, ovviamente - mentre compiva quell'atto pietoso, si dice, per la quarta volta. La vide cambiare una moneta d'oro a Viterbo, dove egli viveva; la seguì; le offrì la propria compagnia lungo il viaggio per quaranta miglia o più, con l'infido pretesto di proteggerla; la assalì, portando a compimento il suo inesorabile piano nella campagna, a brevissima distanza da Roma, presso ciò che viene denominata (senza esserlo) la Tomba di Nerone; la derubò; e la percosse a morte con lo stesso suo bastone da pellegrino. Era sposato da poco, e regalò alcuni dei beni della vittima alla moglie: dicendole che li aveva comprati ad una fiera. Ella, tuttavia, che aveva visto la contessa-pellegrina attraversare la loro città, riconobbe alcune chincaglierie che le appartenevano. Suo marito allora le raccontò ciò che aveva commesso. Ella, in confessione, lo riferì ad un sacerdote; e l'uomo fu catturato, entro quattro giorni dopo aver commesso il crimine. (...) Dopo un breve lasso di tempo, alcuni monaci dalla detta chiesa furono visti avvicinarsi al patibolo; e sopra le loro teste, avanzando lentamente e tristemente, l'effige di Cristo in croce, bardato di nero. Questa fu trasportata attorno alla base del patibolo, fin sul davanti, e girata verso il criminale affinché potesse vederla fino all'ultimo. Era a malapena giunta a destinazione, quando costui apparve sulla sommità del patibolo, scalzo; le mani legate; e col collo della camicia tagliati fin quasi alle spalle. Un giovane uomo - circa ventisei anni - di robusta costituzione, e ben proporzionato. Pallido il viso; baffetti scuri e capelli bruni. Apparentemente, aveva rifiutato di confessarsi senza prima fargli incontrare la moglie; così era stata inviata una scorta a prenderla, ciò che aveva cagionato il ritardo. Si inginocchiò subito, sotto la lama. Il collo, posizionato in un foro, realizzato all'uopo in un ceppo orizzontale, fu serrato da un simile ceppo situato superiormente; proprio come in una gogna. Subito sotto di lui era una borsa di cuoio. E in questa la sua testa rotolò all'istante. Il boia la teneva per i capelli, camminando tutt'intorno al patibolo, mostrandola alla gente, prima ancora di potersi render conto che, con un secco rumore, la lama era pesantemente scesa. Quando ebbe fatto il giro dei quattro lati del patibolo, fu fissata in cima a un palo sul davanti - una piccola chiazza bianca e nera, che la lunga via poteva scrutare, e su cui le mosche potevano posarsi. Gli occhi erano rivolti in alto, come se avesse distolto lo sguardo della borsa di cuoio, e avesse guardato verso il crocifisso. Ogni colore e sfumatura vitale l'aveva, in quel momento, abbandonato. Era grigia, fredda, livida, cerea. Così era anche il corpo. (...) Il corpo fu trasportato via a tempo debito, fu ripulita la lama, smontato il patibolo, e smantellato l'intero odioso apparato. Il boia: un fuorilegge EX OFFICIO (quale ironia sulla Giustizia!) che per la vita non osa traversare il Ponte di S. Angelo se non per svolgere il proprio lavoro: si ritirò nella sua tana, e lo spettacolo poté dirsi concluso.(...)”. L’ultimo eugubino condannato a morte di cui ho trovato traccia fu tale Agostino Salciarini, originario di Petazzano, nato attorno al 1798. Ho potuto rintracciare la sentenza della sua condanna a morte del 1853 che così recita: “55 anni, cattolico, conjugato con prole, già contadino, per diciotto titoli processato fra cui otto volte condannato per furti all’opera pubblica e alla Galera; una volta per rapina armata mano alla Galera perpetua: evaso il 20 Agosto 1840 dalle carceri di Urbino, ed indiziato d’aver commesso nel tempo di sua contumacia altra rapina nell’anno 1842, un evasione con ferite nel 1843, un tentativo di rapina, ed altra rapina con omicidio nell’anno 1844, altra rapina nel 1847; e un conato d’invasione nel 1848, - veniva arrestato dalla forza pontificia di finanza la notte del 21, al 22 Agosto 1852, sulla pubblica strada presso il torrente Carpina, sotto Montone, e poco lungi dal capo luogo del governo di Fratta, mentre armato d’uno schioppo a due canne cariche, d’una pistola a due canne cariche, d’un coltello con lama acuminata, e munizioni, stava per commettere un contrabando con altro individuo che trovò scampo nella fuga. Perquisito poi personalmente, fu trovato possessore d’una gregorina da scudi 10, due colonnati, sei svanziche, e un Orologio d’argento. Istruitosi la relativa inquisitoria quanto al titolo di delazione d’armi e munizioni, rilevato legalmente il fatto in genere, e tradotto oggi il predetto inquisito d’avanti all’I. R. Giudizio Militare Statario, risultò esso in ispecie contabile dell’addebitatogli reato, con circostanze aggravanti, e venne perciò a voti unanimi, in base della Notificazione 8 Giugno 1850, A. 2. condannato alla pena di Morte mediante fucilazione, oltre alla confisca delle appresegli armi e munizioni, e alla rifazione delle spese processuali verso il Pontificio Governo. La presente sentenza pienamente confermata fu eseguita oggi alle ore tre pomeridiane nel solito luogo fuori di Porta Pia. Ancona 18 Luglio 1853 Il comandante CONTE HOYOS Generale”.