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Lettori fissi

mercoledì 3 febbraio 2010

LA CERTEZZA DELLA PENA

Nessuno, credo, ha mai sentito parlare di Giovanni Battista Bugatti (Senigallia 1779-1869). Ma il suo soprannome, mastro Titta, è in grado di richiamare alla memoria il famoso boia pontificio, se non altro per il ruolo assegnatogli nella famosa commedia musicale “Rugantino”. Il Bugatti, nella sua lunghissima carriera - durata dal 1796 al 1864 - ebbe modo di svolgere il suo incarico anche a Gubbio dove eseguì quattro condanne a morte in tre esecuzioni avvenute nel 1803, nel 1807 e nel 1817. Il 2 maggio 1803 fu impiccato un certo Angelo Rossi di Spoleto, “sbirro”, di 27 anni, anche se il parroco del Duomo, che ci ha lasciato una breve cronaca dell’avvenimento, specifica che quello non era il suo vero nome. Nel primo pomeriggio il Rossi fu portato dalle carceri di piazza Grande alla forca, posta nella piazza del Mercato, di fronte ai “granari dello Spedale Grande”. Lì, ricevuta la benedizione papale da mons. Ottavio Angelelli, vescovo di Gubbio, il reo “fu impiccato circa le ore 15 e morì con cristiana ed edificante rassegnazione”. Il cadavere rimase esposto per circa sette ore, fino a quando la confraternita dei Neri lo depose e lo portò alla chiesa di S. Paolo - oggi demolita, che era ubicata lungo via della Piaggiola e rappresentava il luogo di sepoltura dei condannati a morte. La seconda visita eugubina di mastro Titta si verificò il 6 luglio 1807 per giustiziare Giuseppe Brunelli e Agostino Paoletti che due anni prima avevano assassinato - per motivo passionale - Pietro Paolucci. I due eugubini furono impiccati uno accanto all’altro. Una cronaca narra in dettaglio la vicenda e le ultime ore dei due condannati i quali ebbero l’assistenza del vescovo mons. Angelelli e la sepoltura anch'essi nella chiesa di S. Paolo. Mastro Titta fece la terza e ultima gita eugubina il 28 agosto 1817 per eseguire la condanna di Antonio Casagrande, detto Ciaccio, che sette mesi prima aveva consumato un orrendo delitto a Valdichiascio. A causa della tremenda carestia che aveva colpito molte zone d’Europa - Italia compresa - la fame mieteva quotidianamente vittime. I furti erano all’ordine del giorno. In uno di questi il Casagrande, vistosi scoperto da tre bambini, non esitò a gettarli in un pozzo. Condannato a morte “fu portato al patibolo che era posto nella piazza del mercato [...] e verso le 17 e mezzo gli fu troncato il capo con la guillottina venuta da Ancona [...]. Gli furono quindi dal carnefice tagliate braccia e piedi ed appese al patibolo. La testa poi fu collocata dallo stesso ministro di Giustizia sulla torre della Porta Marmorea [...] e sotto vi fu posta una lapide colla seguente iscrizione: Antonio Casagrande / Condannato alla morte qualificata / Lì XXVIII Agosto MDCCCXVII / Per omicidio / di tre fanciulli seguito nel Circondario / di Gubbio / con prodizione e latrocinio”. I suoi resti furono portati al civico cimitero e sepolti in “luogo distinto”. Il materiale da cui ho sintetizzato queste notizie è in realtà molto più articolato e in alcuni casi contiene il dettaglio dell’esecuzione della sentenza. Esiste anche un specie di cerimoniale scritto che la Confraternita dei Neri, la quale aveva per statuto lo scopo di assistere i condannati a morte e procedere alla loro sepoltura, doveva seguire in quelle lugubri giornate. Anzi, la cronaca di don Ubaldo Rogari, parroco della Cattedrale, relativa alla duplice impiccagione del 1807, contiene tanti e tali dettagli che se ne potrebbe ricavare tranquillamente la sceneggiatura di un film. Dopo aver rintracciato questa documentazione - in parte nota da tempo - non ho potuto fare a meno di domandarmi chi fosse stato l’ultimo eugubino condannato a morte. Dalle ricerche eseguite è emerso quanto segue. Premetto, naturalmente, che nella valutazione del fatto vanno esclusi i periodi bellici e considerati solo i reati “comuni”. Il Casagrande (Ciaccio) fu l’ultimo eugubino ad essere condannato a morte con sentenza eseguita in Gubbio. Per quanto riguarda invece eugubini giustiziati fuori Gubbio ho trovato notizia di due di essi. Il primo, Giovanni Vagnarelli, fu ghigliottinato l’8 marzo 1845 a Roma in via dei Cerchi: boia fu l’inossidabile mastro Titta. L'eugubino aveva assassinato L’anno precedente una certa Anna Kotia, pellegrina proveniente dalla Baviera. Il Vagnarelli si era trasferito da Gubbio a Ronciglione (VT) e proprio in quella località fu stilato il processo. L’episodio ebbe anche un risvolto - diciamo così - economico in quanto gli ufficiali incaricati della compilazione del processo si erano dovuti recare a Ronciglione e lì trascorrere alcuni giorni nella locanda di un certo Bissi. Questo Bissi aveva scritto al gonfaloniere di Ronciglione per chiedere il rimborso di sc. 10,50 quale spesa del vitto e dell'alloggio somministrati ai processanti. Il comune di Ronciglione, a sua volta, si era rivalso su quello di Gubbio, luogo di origine del Vagnarelli. Una volta appurato che il reo “non avea domicilio fisso in Ronciglione”, spettò “al luogo di nascita” il pagamento della predetta somma di sc. 10,50. Il comune di Gubbio pagò tale somma il 13 aprile 1847. Da notare che all’esecuzione del Vagnareli fu presente nientemeno che Charles Dickens, lo scrittore inglese autore de: Il circolo Pickwick, Oliver Twist, David Copperfield. Nella sua pubblicazione "Lettera dall’Italia", Dickens ricorda l’esecuzione con un lungo paragrafo. Eccone una sintesi: “(...) Un sabato mattina (l'otto marzo), qui un uomo venne decapitato. Nove o dieci mesi prima, aveva rapinato per strada una contessa bavarese diretta in pellegrinaggio a Roma - da sola e a piedi, ovviamente - mentre compiva quell'atto pietoso, si dice, per la quarta volta. La vide cambiare una moneta d'oro a Viterbo, dove egli viveva; la seguì; le offrì la propria compagnia lungo il viaggio per quaranta miglia o più, con l'infido pretesto di proteggerla; la assalì, portando a compimento il suo inesorabile piano nella campagna, a brevissima distanza da Roma, presso ciò che viene denominata (senza esserlo) la Tomba di Nerone; la derubò; e la percosse a morte con lo stesso suo bastone da pellegrino. Era sposato da poco, e regalò alcuni dei beni della vittima alla moglie: dicendole che li aveva comprati ad una fiera. Ella, tuttavia, che aveva visto la contessa-pellegrina attraversare la loro città, riconobbe alcune chincaglierie che le appartenevano. Suo marito allora le raccontò ciò che aveva commesso. Ella, in confessione, lo riferì ad un sacerdote; e l'uomo fu catturato, entro quattro giorni dopo aver commesso il crimine. (...) Dopo un breve lasso di tempo, alcuni monaci dalla detta chiesa furono visti avvicinarsi al patibolo; e sopra le loro teste, avanzando lentamente e tristemente, l'effige di Cristo in croce, bardato di nero. Questa fu trasportata attorno alla base del patibolo, fin sul davanti, e girata verso il criminale affinché potesse vederla fino all'ultimo. Era a malapena giunta a destinazione, quando costui apparve sulla sommità del patibolo, scalzo; le mani legate; e col collo della camicia tagliati fin quasi alle spalle. Un giovane uomo - circa ventisei anni - di robusta costituzione, e ben proporzionato. Pallido il viso; baffetti scuri e capelli bruni. Apparentemente, aveva rifiutato di confessarsi senza prima fargli incontrare la moglie; così era stata inviata una scorta a prenderla, ciò che aveva cagionato il ritardo. Si inginocchiò subito, sotto la lama. Il collo, posizionato in un foro, realizzato all'uopo in un ceppo orizzontale, fu serrato da un simile ceppo situato superiormente; proprio come in una gogna. Subito sotto di lui era una borsa di cuoio. E in questa la sua testa rotolò all'istante. Il boia la teneva per i capelli, camminando tutt'intorno al patibolo, mostrandola alla gente, prima ancora di potersi render conto che, con un secco rumore, la lama era pesantemente scesa. Quando ebbe fatto il giro dei quattro lati del patibolo, fu fissata in cima a un palo sul davanti - una piccola chiazza bianca e nera, che la lunga via poteva scrutare, e su cui le mosche potevano posarsi. Gli occhi erano rivolti in alto, come se avesse distolto lo sguardo della borsa di cuoio, e avesse guardato verso il crocifisso. Ogni colore e sfumatura vitale l'aveva, in quel momento, abbandonato. Era grigia, fredda, livida, cerea. Così era anche il corpo. (...) Il corpo fu trasportato via a tempo debito, fu ripulita la lama, smontato il patibolo, e smantellato l'intero odioso apparato. Il boia: un fuorilegge EX OFFICIO (quale ironia sulla Giustizia!) che per la vita non osa traversare il Ponte di S. Angelo se non per svolgere il proprio lavoro: si ritirò nella sua tana, e lo spettacolo poté dirsi concluso.(...)”. L’ultimo eugubino condannato a morte di cui ho trovato traccia fu tale Agostino Salciarini, originario di Petazzano, nato attorno al 1798. Ho potuto rintracciare la sentenza della sua condanna a morte del 1853 che così recita: “55 anni, cattolico, conjugato con prole, già contadino, per diciotto titoli processato fra cui otto volte condannato per furti all’opera pubblica e alla Galera; una volta per rapina armata mano alla Galera perpetua: evaso il 20 Agosto 1840 dalle carceri di Urbino, ed indiziato d’aver commesso nel tempo di sua contumacia altra rapina nell’anno 1842, un evasione con ferite nel 1843, un tentativo di rapina, ed altra rapina con omicidio nell’anno 1844, altra rapina nel 1847; e un conato d’invasione nel 1848, - veniva arrestato dalla forza pontificia di finanza la notte del 21, al 22 Agosto 1852, sulla pubblica strada presso il torrente Carpina, sotto Montone, e poco lungi dal capo luogo del governo di Fratta, mentre armato d’uno schioppo a due canne cariche, d’una pistola a due canne cariche, d’un coltello con lama acuminata, e munizioni, stava per commettere un contrabando con altro individuo che trovò scampo nella fuga. Perquisito poi personalmente, fu trovato possessore d’una gregorina da scudi 10, due colonnati, sei svanziche, e un Orologio d’argento. Istruitosi la relativa inquisitoria quanto al titolo di delazione d’armi e munizioni, rilevato legalmente il fatto in genere, e tradotto oggi il predetto inquisito d’avanti all’I. R. Giudizio Militare Statario, risultò esso in ispecie contabile dell’addebitatogli reato, con circostanze aggravanti, e venne perciò a voti unanimi, in base della Notificazione 8 Giugno 1850, A. 2. condannato alla pena di Morte mediante fucilazione, oltre alla confisca delle appresegli armi e munizioni, e alla rifazione delle spese processuali verso il Pontificio Governo. La presente sentenza pienamente confermata fu eseguita oggi alle ore tre pomeridiane nel solito luogo fuori di Porta Pia. Ancona 18 Luglio 1853 Il comandante CONTE HOYOS Generale”.

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